Il Tirreno

Frana di Mirteto, «I lavori al versante non c’entrano nulla»

di Chiara Sillicani
Frana di Mirteto, «I lavori al versante non c’entrano nulla»

I periti della difesa: sono stati utili, hanno evitato altri danni Esclusi i legami tra le opere del 2009 e la colata del 2010

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MASSA. Nicola Casagli, professore ordinario di geologia a Firenze, è didascalico: in un paio d’ore spiega, a chi non è del mestiere, cos’è una frana, come si struttura, come scende lungo un pendio. Ricostruisce quanto accaduto la notte del 31 ottobre 2010 quando una colata di fango corre lungo il versante, a Mirteto, e uccide Aldo Manfredi.

Consulente di parte, Casagli è stato nominato dalla difesa dell’ingegnere Andrea Bontempi, alla sbarra con l’accusa di omicidio e disastro colposo. Imputati anche il geometra del Comune Carlo Mariani, Giuseppe Rebecchi e Alessandro Migliorelli, titolari della ditta che ha eseguito i lavori su un precedente fronte di frana, Jacopo Baroni, rappresentante della ditta Rb Escavazioni e il geologo Riccardo Barbieri. Ieri, in aula, di fronte ai giudici Giovanni Sgambati (presidente di collegio), Fabrizio Garofalo ed Elisabetta Congiusta, il professore tenta di “smontare” la perizia dei consulenti del pm. Non solo nega che i lavori fatti nel 2009 abbiano causato la frana del 2010, ma sostiene che quei lavori abbiano piuttosto impedito che si aprisse un più ampio fronte. Per questo sull’analisi di Casagli si definiscono tutte le linee difensive: la perizia parte, infatti, da un assunto che mette in crisi l’impianto accusatorio. Le tesi del pubblico ministero Rossella Soffio si fondano sulla correlazione tra le opere realizzate in somma urgenza su un primo fronte di frana nel 2009, e il successivo smottamento del 2010, costato la vita a Manfredi. Non solo, secondo l’accusa nel 2009 chi ha progettato ed eseguito i lavori non si è accorto - e quindi non ha messo in sicurezza - una seconda frana. E da quel punto - per proseguire nel ragionamento dei periti del pm - si è staccata la colata mortale. Bene, Casagli elimina ogni elemento di consequenzialità tra la prima e la seconda frana. Nega che nel 2009 i fronti fossero due: «Quella che i consulenti dell’accusa - chiarisce - hanno definito seconda frana era in realtà la zona di liquefazione della frana su cui sono stati fatti i lavori». Tradotto: la colata. E a conferma che la frana del 2009 e quella del 2010 non hanno nulla a che vedere, Casagli analizza la natura e la morfologia dello smottamento mortale: «Si tratta indubbiamente - è assertivo - di un evento di nuova formazione su un terreno sabbioso in cui le frane sono relativamente piccole, ma si propagano velocemente». Ma se non è stata la frana precedente, se non sono stati i lavori fatti dal Comune a determinare la colata che ha ucciso Manfredi, qual è la causa? Casagli ne individua due, una naturale e una legata alla mano dell’uomo. Le piogge cadute nell’ottobre di 5 anni fa sono state tantissime, oltre le medie e il resto lo ha fatto - secondo il professore - il tubo messo (dal dibattimento pare dalla stessa famiglia Manfredi) per convogliare le acque: «La tubatura - parole del consulente - ha determinato una portata di 30 litri al secondo che ha eroso il pendio come conferma la inusuale posizione obliqua della frana». E l’erosione avrebbe facilitato, complici le precipitazioni, l’apertura del nuovo fronte di frana: una colata di 230 metri cubi che non ha concesso scampo a Manfredi. Nulla c’entrano - secondo il professore - i lavori del comune.

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