Il Tirreno

Scontri a Massa, l'uomo ferito alla testa: "Ero lì perché Salvini incita all'odio razziale"

di Melania Carnevali
Silvano Ratti
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Silvano Ratti

Silvano Ratti ricostruisce gli incidenti di sabato pomeriggio a Massa in concomitanza con il comizio del leader leghista. E racconta la sua vita tra il lavoro nel marmo e un figlio cresciuto solo con lui

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CARRARA. «Non servono parole, bastano i video per capire cosa è successo». È la prima cosa che dice Silvano Ratti, il manifestante ferito alla testa durante gli scontri di sabato pomeriggio a Massa. Silvano, d’altronde, è il classico carrarino “duro come il marmo”, e fiero di esserlo: cinquant’anni compiuti da poco, di cui trentacinque trascorsi nelle cave di marmo delle Apuane dove, dal 2007, è capo cava. Anarchico, di quelli risoluti e istintivi, a cui non piace perdere tempo in ciance e parole inutili, perché ciò che conta, per lui, è l’azione. Da vero anarchico. Ed è questo che l’ha portato in piazza sabato pomeriggio a manifestare contro Matteo Salvini: una contestazione «contro gli insopportabili razzismo e omofobia» - dice - del leader del Carroccio che, per lui, si è conclusa con quindici punti alla testa, una marea di lividi in tutto il corpo e una denuncia per aggressione, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni.

Mentre siamo con lui, ieri, a Carrara, arriva la notizia che anche il figlio, Luca, appena diciannovenne, è stato denunciato dalle forze dell’ordine per violenza e resistenza a pubblico ufficiale; aveva visto gli agenti manganellare il padre in una pozza di sangue e si era avventato su di loro per difenderlo. Silvano, o Silvanino, come lo conosco tutti, non voleva parlare, ma alla fine racconta tutta la giornata di quasi ordinaria follia che ha preso vita sabato nel cuore di Massa.

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Silvano, perché era in piazza sabato?

«Perché Salvini non può avere il diritto di parlare, non con quegli argomenti. È un politico che incita all’odio razziale, addirittura all’uccisione di persone, come quando parla di passare con le ruspe nei campi rom. Permettergli di parlare significherebbe considerare come pensiero democratico quello che dice, quando non lo è. A maggior ragione in una provincia come la nostra dove la presenza di Salvini è un affronto alla storia e mera provocazione».

Se era una provocazione è riuscito nell’intento. Ci racconti cosa è successo.

«Credo che le immagini e i video sul web siano molto chiari. Il riassunto è che il presidio è iniziato con cori, lancio di uova e arance. Poi, a un certo punto, io e altri tre o quattro anarchici ci siamo staccati dal gruppo di manifestanti per avvicinarci a piazza Garibaldi, dove Salvini stava tenendo il comizio. E li sono partiti insulti nei confronti della Lega Nord e anche, è vero, della polizia».

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Perché insultava la polizia?

«Ce l’ho con loro: mi hanno già spezzato un braccio una volta, quando avevo vent’anni»

Durante un corteo?

«No, durante una banalissima rissa in cui io non c’entravo nemmeno nulla. Ero a Marinella e stavo solo aspettando di entrare in discoteca. Un agente, per portarmi via, mi spezzò il braccio. Fui anche processato per lesioni ma, fortunatamente, la giustizia fece il suo corso e mi prosciolsero».

Lesioni, come questa volta...

Sì, peccato che quando sono arrivato al pronto soccorso, appena finiti gli scontri, c’erano agenti con il referto medico già in mano. A me non hanno fatto nemmeno una Tac o una radiografia. Gli agenti che mi hanno accompagnato avevano fretta di smontare. Tant’è che il giorno dopo mi sono sentito male e mi hanno portato in ambulanza al pronto soccorso, questa volta a Carrara».

Che cosa ha avuto?

«Mi girava la testa, mi tremavano le gambe e avevo la vista appannata».

«Ma perché l’hanno manganellata?»

«Mah, forse perché li avevo offesi. Quando abbiamo visto la polizia caricare, io e gli altri anarchici siamo tornati indietro passando accanto al cordone. Quando sono passati loro non è successo nulla, quando sono passato io, un agente mi ha dato una manganellata in testa. A quel punto ho risposto colpendolo con il casco ed è partito il putiferio. Hanno iniziato a manganellarmi, io mi dimenavo e cercavo di difendermi sempre con il casco. Poi mi hanno buttato a terra. Sarà passato un minuto, ma è stato lunghissimo, non smettevano più di manganellarmi. Ne ho contate tre poi non sentivo più niente.

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A quel punto è intervenuto suo figlio...

«Sì, quando mi hanno rialzato il mio primo pensiero è andato a lui. Avevo paura che lo stessero picchiando. E qui devo spezzare una lancia a favore del diavolo perché è stato un dirigente della squadra mobile ad andare nella camionetta dei carabinieri dove avevano portato Luca a chiedere che non venisse toccato. Come è stato sempre un agente di polizia di Carrara a chiedere che lo rilasciassero dalla questura».

È rimasto ferito anche lui

«Sì, ha anche un bel segno sulla schiena. Gli ho fatto fare io le radiografie all’addome domenica per assicurarmi che non avesse niente di rotto».

È un gesto d'amore quello di suo figlio. Si capisce il legame tra voi ...

«Mio figlio è sempre stato solo con me. Non ha mai conosciuto la madre. Siamo padre e figlio, ma siamo anche migliori amici: raramente mi chiama babbo, il più delle volte mi chiama Silvà. L’ho sempre portato in giro con me ovunque andassi, eccetto a lavoro. Sempre io e lui».

Crescere un figlio da solo con un lavoro come il suo non deve essere stato facile «No, ma fortunatamente mia madre, quando lui era piccolo, poteva occuparsene. Poi, appena compiuti i 18 anni, ha voluto lasciare la scuola e ha iniziato a lavorare in cava con me a Pulcinacchia».

E adesso insieme anche ai cortei

«Sì, e anche questa è una scelta sua».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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