Il Tirreno

Contributi Inps non versati: processo al call center

Sullo sfondo la vicenda della truffa degli aspirapolvere Le centraliniste raccontano: pagate poco e minacciate

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MASSA. Un call center, gestito dalla società SL Group di Massa, che cercava di piazzare una aspirapolvere multiuso e super attrezzata. Una vicenda, nazionale, che ha portato alla ribalta un sistema finito nel mirino, e al centro di processi a livello nazionale per quella che è stata definita “truffa degli aspirapolveri”. Secondo le indagini condotte, nel 2009 dalla Finanza vendevano aspirapolvere da 300 euro a un prezzo dieci volte quello reale. Tutto in nero. E si approfittavano di giovani alla prima esperienza lavorativa o disoccupati di lunga data, costringendoli a vendere l'elettrodomestico a parenti e amici. In poco tempo hanno evaso 4,5 milioni di euro e messo in piedi una rete di vendita con tre sedi. Una di queste era La SL Group di Massa, in via San Giuseppe Vecchio.

Adesso di quella vicenda approda in tribunale a Massa un altro fascicolo.

Le ipotesi accusatorie, contestate a Sebastiano Esposito e Leda Grimaldi (assistiti dall’avvocato Giacomo Passigli del foro di Firenze)come responsabili della società, sono precise: intermediazione abusiva di manodopera (atr.18 c.p. comma 1) e omesso versamento Inps.

Quello che è emerso in aula, davanti al giudice Congiusta, è stata la “dura vita del call center”, molto simile a quella raccontata nel film di Paolo Virzì «Tutta la vita davanti».

Orari di lavoro pesanti, provvigioni non messe in busta paga, appuntamenti presi per i venditori e dichiarati poi falliti dai gestori della società che invece, secondo quanto dichiarato in tribunale, andavano a buon fine, con tanto di vendita dell’aspirapolvere che per alcuni anni è stata presente in moltissime case.

Sul banco dei testimoni sono sfilate proprio le centraliniste, ossia le donne che all’epoca dei fatti (siamo nel 2009) si occupavano delle chiaramente per concordare appuntamenti dimostrativi per i venditori che dovevano poi “piazzare” l’aspirapolvere.

Quello che è uscito - secondo quanto riferito in aula - è una sorta di “inferno” lavorativo, fatto anche, in un caso, di minacce. «Lavoravo al call center come centralinista dalle 9 alle 15 - ha raccontato una delle ex impiegate - e talvolta al mese prendevo anche 100, 150 euro. I soldi mi venivano dati in contanti: ho scoperto solo in una secondo momento, quando ci siamo rivolti all’ufficio del lavoro, che in realtà eravamo sotto contratto con una società di facchinaggio di Firenze. Una cooperativa di cui eravamo pure diventate socie».

E ancora: «Le cose non andavano bene - ha continuato la ex centralinista - Ma quando chiedevamo, sia io che altre colleghe, spiegazioni ai titolari ci dicevano: o così o ve ne andate a casa. Noi prendevamo appuntamenti, e ci veniva detto che non erano andati a buon fine: dai nostri controlli invece abbiamo scoperto che era successo esattamente il contrario».

A quel punto la rottura con la società. Le cause di lavoro. E, stando a quanto dichiarato in aula, le minacce. «Il signor Esposito venne sul mio nuovo posto di lavoro e mi disse: “Io sono calabrese, ti rovino”» ha ricordato una delle testimoni, dichiarando anche però di non aver sporto denuncia per questo episodio.

Alessandra Vivoli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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