Il Tirreno

«La casa vibrava, noi avevamo paura»

di Alessandra Vivoli
«La casa vibrava, noi avevamo paura»

Testimonianza choc in aula: ogni volta che l’escavatore si muoveva sul fiume sembrava il terremoto, le crepe aumentavano

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CARRARA. «La casa dei miei genitori vibrava, come una carta al vento. Addirittura si muovevano le tubature del gas. Ogni volta che l’escavatore faceva manovra sembrava il terremoto, si muoveva tutto. E quando la benna della ruspa grattava il muro si sentiva un gemito fortissimo, sembrava che urlasse». In tribunale, nel processo per il crollo della palazzina in via Carriona, parlano le parti offese. Ossia tutti quei cittadini che dopo il crollo del 2 novembre del 2010 non hanno più potuto abitare nella loro case, lungo l’asse del fiume Carrione, in pieno centro storico. Storie drammatiche, famiglie, anziani, che si trovano d’un tratto fuori dalle abitazioni dove hanno vissuto per una intera vita. Case in cui ancora oggi, a cinque anni dal crollo che ha sbriciolato la palazzina al civico 48, possono entrare dalle 8 del mattino alle 8 di sera. «L’ultimo periodo dei lavori, dal settembre del 2010, è stato il più terribile - ha raccontato una insegnante quarantenne che in una delle abitazioni lesionate ha abitato per una intera vita, insieme ai genitori anziani e con gravi problemi di salute - Il week end prima del crollo in una sola giornata hanno abbattuto il bauletto della fognatura, sotto il numero civico 48: la ruspa è arrivata prima Delle 7, aveva ancora i fari accesi». Ai primi di novembre lo sgombero dalla casa, poche ore prima del crollo. E un trasloco che, così ha ricordato la giovane insegnate al giudice Fabrizio Garofalo, che ha cambiato la vita sua e dei genitori. «Io mi sono trasferita, i miei genitori sono andati ad abitare a Fontia: hanno entrambi problemi di salute, in paese vivono praticamente in casa, la situazione per loro è decisamente più difficile». E poi la denuncia: «Io ne ho provato a parlare con il Comune delle difficoltà dei miei genitori, sono andata all’ufficio tecnico apposta e mi hanno risposto che non erano l’ufficio stampa e neppure i servizi sociali». Sul banco dei testimoni, per le parti civili il racconto di un’altra ragazza, che da sempre frequentava la zona di via Carriona e la casa della insegnante la cui abitazione è stata lesionata durante i lavori di messa in sicurezza del Carrione. «Le crepe avanzavano sempre di più - ha ricordato - Ho potuto verificarlo perché a casa della mia amica ci andavo tutti i giorni. Quando poi hanno fatto i lavori di demolizione al bauletto delle fognature è stata estratta una barra metallica. Non solo, quando buttavanmo i massi, accanto al muro per fortificarlo, ci siamo messi sul muro, a urlare. Perché quei massi venivano lanciati, tremava tutto, perfino il ponte stesso: noi abbiamo provato a chiedere cosa stessero facendo ma la risposta è stata che i tecnici erano loro e che stavano lavorando».

La vicenda. i fatti risalgono al 2 novembre del 2010: una palazzina di tre piani, proprio sulla sponda del Carrione dove erano in corso i lavori per la messa in sicurezza dopo l’alluvione, in pieno centro storico, si sbriciolò letteralmente, lasciando una voragine dove una volta c’erano appartamenti e dove vivevano delle famiglie che, per fortuna, erano state fatte evacuare prima del crollo. La vicenda ha avuto un proseguo in tribunale con un processo dove a rispondere dell’ipotesi di crollo colposo sono gli ingegneri Pietro Orsini e Nicola Festa, direttori dei lavori dei lavori di risagomazione dell'alveo del torrente Carrione nel centro storico (lotto Valle). Il dirigente dell'ufficio Opere pubblico del Comune e responsabile unico del procedimento, ingegner Sergio Alteri , e ancora, il direttore dei lavori della ditta Coestra, aggiudicataria dell'appalto per la risistemazione dell'alveo del Carrione, Gianluca Dei. E Paolo Fredducci, responsabile tecnico della ditta Abc Generale Engineering, che era incaricata di eseguire lavori di bonifica bellica nel fiume.

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