Attenzione
Ginecologia, un reparto da record
1.700 nascite, pazienti da fuori provincia e solo il 25% di cesarei. Il primario: la chirurgia è l’ultima ratio
MASSA. Circa 1.700 parti l’anno, di cui 60 di donne provenienti dalla Versilia e 400 da La Spezia. Solo il 25% di tagli cesari, contro una media nazionale del 38%. E solo il 10% di episiotomie (taglio praticato per allargare il canale del parto, un tempo considerato un aiuto e oggi derubricata da una parte della comunità scientifica alla voce “dannosa, tranne in rari casi”, ndr) contro una media nazionale che si aggira attorno al 40.
Numeri che parlano di una eccellenza tutta apuana: il dipartimento materno infantile, reparto guidato da Antonio Ragusa, che a novembre traslocherà dall’ospedale del cuore Pasquinucci al nuovo ospedale delle Apuane, in viale Mattei.
Una realtà forse anche un po’ in controtendenza rispetto al panorama sociale contemporaneo in cui il parto si è trasformato a tutti gli effetti in un’operazione chirurgica. Sull’onda della cultura dominante del “tutto e subito”, anche partorire doveva diventare facile, veloce e indolore, come dimostra la sempre maggior richiesta da parte delle donne del taglio cesareo. In Campania, ad esempio, l’80 % dei parti è così, chirurgico: «Praticamente hanno cambiato il modo di partorire - spiega Ragusa - non si partorisce più naturalmente».
Il reparto di ostetricia e ginecologia apuano cerca di opporsi a questa tendenza e di invertirla per ritrovare quella «poesia del parto naturale» (come l’ha definita Paola Bay, ginecologa) ma anche, e soprattutto, per aumentare la sicurezza. Perché qui ci si scontra con uno dei primi grandi luoghi comuni che gravitano intorno alla gravidanza: «Intendiamoci: menomale che c’è (il cesareo, ndr) - chiarisce il primario - Ci permette di salvare molte vite, ma deve essere l’ultima ratio, non la prima. Il taglio cesareo può essere, infatti, pericoloso per le successive gravidanze, contrariamente a quanto si può credere: aumenta la possibilità di gravidanza extra-uterina, di placenta previa e di tante altre complicazioni».
Per questo l’équipe guidata da Ragusa cerca di evitare, quando possibile, l’operazione chirurgica. Da qui i dati sul reparto apuano: si parla di appena il 5% di parti operativi (i parti che si concludono con l’uso di forcipe o ventosa), ben al di sotto della media nazionale, e di nessun caso di isterectomia (asportazione dell’utero) negli ultimi due anni, mentre, giusto per fare qualche esempio, negli Stati Uniti accade una volta ogni 800 parti e una volta ogni 1.200 a Milano.
Dati che si integrano con quelli regionali sulla mortalità delle donne durante il parto: 7 ogni 100.000, contro le 28 ogni 100.000 in Sicilia e le 13 ogni 100.000 in Italia. «È vero che “tiriamo fino all'ultimo” prima di fare un cesareo - spiega la Bay - ma lo facciamo consapevolmente, senza mettere a rischio la vita della donna e del figlio».
E il sogno del reparto, o meglio del primario, è quello di «ridurre al minimo l’intervento medico per far sembrare il parto in ospedale simile a quello in casa, mantenendo però il livello massimo di sicurezza». Poi, c’è l’allattamento, un altro ambito su cui il reparto si è fatto riconoscere: in quanto “ospedale amico del bambino” è stata assunta un’ostetrica che si occupa unicamente di insegnare alle donne come allattare. Uno caso nazionale. E i risultati si vedono, perché non c’è donna che esca dal Pasquinucci e smetta di allattare prima dei tre mesi.
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