Il dolore
Il “guerriero”ucciso dalla Sla a 48 anni
Gian Luca Pucci doveva incontrare il suo mito, Valentino Rossi, a breve. Si è spento il giorno del compleanno della figlia
MASSA. Il suo sogno era lì, a due passi. Ce l’aveva fatta: appuntamento preso, polizia stradale allertata, ambulanza disponibile e una valigia piena di entusiasmo già pronta. Il 28 maggio Gian Luca Pucci - Luchina come lo chiamavano tutti - avrebbe provato l’ebbrezza di un circuito. L’emozione dell’incontro con il mito: il Mugello a fare da cornice e la mano di Valentino Rossi allungata a stringere la sua. È tutto a posto: fan club in prima linea, team Yamaha pronto all’accoglienza. L’ambulanza per accompagnare Luchina c’è e c’è anche la pattuglia della polizia stradale che dovrà scortarlo fino all’interno del circuito.
Ma la Sla decide che Luchina quel sogno non deve realizzarlo: lo prende a pugni, mette ko il suo cuore. E lo sconfigge. A 48 anni. Gian Luca Pucci si arrende ieri mattina, poco dopo le sette, nel giorno in cui sua figlia Martina compie gli anni. Non riesce ad incontrare Valentino, non riesce a vedere la sua “bambina” con la corona di alloro in testa.
«Era orgoglioso di lei - raccontano gli amici - dei suoi risultati universitari. Ci teneva tanto a vederla laureata». Invece non ce l’ha fatta a vincere la battaglia, lui che le ha combattute tutte a testa alta, con il sapore della vita addosso, sempre: «Lo chiamavamo il guerriero - Marisa Calamari, amica di famiglia e membro dell’associazione Sla è commossa - e lo è stato davvero. Per 9 anni. La sclerosi si è portata via anche mio marito, ma lui è stato la mia rinascita: la sua ostinazione, il suo coraggio, l’amore per la moglie Monica e per sua figlia. Mi diceva sempre che voleva vederla laureata». Una famiglia splendida, un attaccamento immenso alla vita e il coraggio di prendere a pugni la malattia: sempre in contatto con il mondo, «divorava il suo comunicatore». Un computer, un grande schermo: punti gli occhi sulle singole lettere e lui, il computer, scrive per te. Così Gian Luca inviava mail, chattava con gli amici, aggiornava il suo profilo Facebook. Si immergeva nell’attualità, viveva con la V maiuscola, coltivava le sue passioni: «Era impressionante - la voce di Marisa trema - osservarlo mentre guardava il moto mondiale, era incredibile la sua passione. Era davvero un guerriero e continuerà ad esserlo».
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Un fisico prestante, un lavoro da carpentiere, la passione per i motori e per i cavalli, una moglie, una bambina da crescere, poi l’incontro con la bestia, la scelerosi laterale amiotrofica: la diagnosi, il sostegno continuo della famiglia e nove anni di battaglia. Senza uno stop: «Domenica pomeriggio - racconta Marisa - sono andata a casa sua, l’ho trovato benissimo. Sapeva che avrebbe incontrato presto Valentino Rossi, ne era felice, ci siamo salutati serenamente».
Ma la malattia è subdola, colpisce quando meno te lo aspetti: ferisce il cuore, lo mette alla prova. Luchina cede. I medici del 118 arrivano a Romagnano, a casa sua e riescono a rianimarlo: Gian Luca arriva nel reparto di rianimazione a Carrara, entra in coma.
E ieri mattina il guerriero si arrende. Accanto alla moglie e alla figlia si stringe tutto Romagnano, si stringono gli amici, si stringe chi come loro ha combattuto - o ancora combatte - contro la sclerosi. Si stringe tutta la città. Luchina se ne va e porta con sè la maglia e il cappellino di Valentino: sopra c’è la firma del campione e la passione di chi il suo sogno l’ha vissuto fino all’ultimo respiro.
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