Il Tirreno

Cari marmisti, voi ci lasciate sempre le briciole

di GIOVANNA MEZZANA
Cari marmisti, voi ci lasciate sempre le briciole

Parla il titolare di uno dei laboratori storici «Noi artigiani meritiamo più considerazione»

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di GIOVANNA MEZZANA

Il nonno Eumene era scultore. Anche il padre Dino lo era, come i suoi fratelli e i suoi cugini. Non c’è dubbio che Mirco Felici abbia portato avanti una tradizione di famiglia. Di tre fratelli è quello che ha deciso di impolverarsi le scarpe: «Fabio (il suo gemello, presidente dell’Imm, ndr) s’è messo la cravatta – scherza – mentre Federico è informatico e vive da trenta anni a Milano». Incontriamo Mirco nel suo laboratorio sull’Aurelia, tra decine di gessi che inanellano la tradizione del luogo di lavoro, Madonne in marmo – spunta anche un busto di Papa Francesco – e persino trasposizioni figurative di sogni. Cose belle, fatte a mano, non con il robot: si vede. L’arte sacra è la loro cifra. Del laboratorio Felici sono la statue della Madonna di fronte alla chiesa di Medjugorje (1986), quella in vetta alla collina delle Apparizioni (2001) e anche quella nella cappella privata di Marya, una delle veggenti (2008).

Oggi cosa conta nel suo settore per assicurarsi clienti?

«Un po’ di pubblicità che ti fai e il passa-parola. E la qualità, la serietà, il rispetto dei tempi di consegna, del prezzo e del materiale concordato con il cliente».

Lei non è uno che si lamenta, ma le difficoltà ci sono…

«Ci sono. Una volta la scultura la vendevi al ricco ma non solo a lui, mentre oggi la fetta del ceto medio è calata drasticamente; lo vedo anche nell’arte funeraria: chi ha la cappella di famiglia vuole cose semplici, non per una questione di gusto ma per risparmiare sui costi. Alla crisi si somma, poi, l’invasione dei prodotti di bassa qualità; fino a dieci anni fa non ci saremmo mai messi in casa una scultura cinese, oggi, invece, visto che costa poco, si tollera di più. Il lavoro è calato, i margini si sono ridotti, il prezzo ormai lo fa il cliente e hai anche difficoltà a farti pagare in tempi ragionevoli. Senza contare la scarsa sensibilità da parte degli istituti di credito per la nostra categoria».

Anche da parte delle banche del territorio? La Cassa di Risparmio di Carrara si è sempre dichiarata vicina alla piccola impresa locale.

«La Cassa di Risparmio di Carrara non esiste più! (il riferimento è alla cessione a Carige dell’ultima quota rimasta alla Fondazione Crc, ndr). Insomma, ti trovi a lavorare con ciò che una volta era la casualità».

Cioè anche il cliente, magari miliardario, che capita per caso… Qualche esempio?

«Frank Mancuso, presidente della Metro-Goldwyn-Mayer, che ha una moglie molto devota: capitarono a Carrara per acquistare i marmi della loro villa, si fermarono qui e lei volle un’Immacolata Concezione classica. Alcuni finanziatori di Bush. Il presidente giapponese della Fuji. Dennis Conner, Mr American’s Cup. La Mercedes, che anni fa ci commissionò una Mercedes C in scala per uno spot della casa madre…».

Lei è stato anche presidente del Consorzio Marmo Artistico Carrara…

«Sì e non solo ne sono stato il presidente: ebbi anche l’idea che ci fosse necessità di uno strumento che tutelasse la nostra scultura. Era l’inizio del 2000 e stavo passeggiando sul Lungomare. C’erano delle bancarelle. Mi fermai da un ambulante di Padova che mi spacciò quattro angioletti come un’opera di marmo Statuario realizzata a Carrara: evidentemente non lo era. Forse aveva pensato che fossi un turista. Mi dissi: “Bisogna fare qualcosa”. Cominciai a muovermi. E nel 2002 è nato il Consorzio».

Quanti e quali sono i laboratori che oggi aderiscono?

«Siamo in dieci. Noi, Andrei, Bardini, Baudoni, Corsanini, Paolo Costa, Devoti 3D, Monfroni, Poletti, Spagnoli».

Mancano all’appello laboratori storici e anche quelli nati all’ombra dalle grandi aziende del marmo: come se lo spiega?

«Gli assenti, a mio parere, non hanno capito l’utilità dell’iniziativa».

Cosa garantisce l’appartenenza al Consorzio?

«Certifica che i lavori che escono da questi laboratori sono realizzati prevalentemente in marmo di Carrara, a mano e in loco. Siamo l’unico consorzio di certificazione dell’origine dei prodotti del marmo. È certificato il laboratorio e di conseguenza i prodotti che escono dal laboratorio».

E avete anche un marchio. «Sì, una specie di moneta da due euro con un codice: figurano due lettere identificative del nome del laboratorio e un numero progressivo. Ovviamente, c’è una società esterna, la Sgs, che certifica».

Ci perdoni, ma questo Consorzio non lo conosce nessuno, tanto meno è noto il marchio.

«Il problema è che il Consorzio si è sempre scontrato con problemi finanziari. C’è bisogno di risorse per pubblicizzarlo, si dovrebbero fare azioni di marketing su riviste specializzate e in televisione. Tutti i soggetti che avrebbero potuto sostenerlo non l’hanno fatto».

La Camera di Commercio però un po’ di soldi li diede.

«Sì. Avrebbe dovuto finanziare l’iniziativa anche il Comune, ma nel 2003 ci fu l’alluvione e la Camera di Commercio decise di farsi carico per intero dei costi di costituzione, cioè del pagamento delle fatture relative all’incarico della Dintec (società di consulenza e strategie di tutela dei prodotti locali, ndr): 18.000 euro».

Chi sono stati i presidenti?

«Prima Pedrini, poi Devoti, poi io, ora Michele Monfroni».

È dura farsi venire in mente un’iniziativa a cura del Consorzio, a parte la fornitura delle opere che lo scorso anno allestirono via Verdi per la Marble Weeks…

«All’inizio l’abbrivio ci fu. Abbiamo realizzato la mostra “Disegnare il marmo”, abbiamo partecipato ad eventi anche fuori Carrara, siamo sempre stati presenti con un nostro stand alla fiera MarmoMacchine».

E l’esposizione delle opere in via Verdi non doveva essere permanente? Così almeno aveva capito la cittadinanza. È stato fatto un marciapiede ad hoc che ha procurato tanti problemi: in caso di pioggia e per l’insopportabile puzza.

«Eh.. c’è stato qualche problema. Siamo stati chiamati a partecipare dieci giorni prima dell’inizio di Marble Weeks».

Eppure per l’allestimento della via Verdi c’era anche un professionista “dedicato”, l’architetto Corrado Lattanzi.

«Non c’è stata la possibilità di pianificare. Siamo stati chiamati pochi giorni prima l’inaugurazione e per l’ennesima volta abbiamo detto: “Ci siamo”. E con la nostra disponibilità abbiamo risolto un grosso problema all’Amministrazione comunale».

Ma le sculture esposte sarebbero dovute rimanere permanentemente in via Verdi?

«No, non dovevano rimanere, altrimenti avrebbero dovuto essere pagate. È giusto che venga pagato un prezzo per la realizzazione di una scultura. Si fa sempre il nome di chi dà il marmo, e chi lo lavora invece non viene mai nominato: anche agli artigiani deve andare il giusto riconoscimento, siamo piccoli e in un numero inferiore rispetto agli imprenditori del marmo, non muoviamo il business che muovono loro ma siamo l’immagine presentabile di tutta la catena di produzione; se ci deve essere rilancio, deve includere anche noi. Qual è uno dei fiori all’occhiello del Made in Italy? L’artigianato artistico e qui è quello in marmo. Eppure quando a Carrara si parla di marmo si finisce sempre per parlare di tariffe e di trasporto e per tutto ciò che è promozione dell’artigianato artistico rimangono le briciole».

Cosa bisognerebbe fare?

«Una Biennale di Scultura la puoi fare ovunque: basta procurarti le opere; ma una Biennale di Scultura dove oltre alle opere hai anche la presenza dei laboratori artistici la puoi fare solo a Carrara. Perché non riusciamo a promuovere Carrara e la sua lavorazione artigianale del marmo come fa Volterra con l’alabastro? A Volterra trovi ovunque negozi con i souvenir in alabastro: li puoi comprare lì però nei negozi trovi anche i nomi e gli indirizzi delle ditte e dei laboratori che fanno quelle produzioni».

E perché non siamo mai riusciti in tutto questo?

«Perché è sempre mancata una cabina di regia».

Cioè è colpa dei sindaci e degli assessori alla cultura?

«Non è tutta colpa loro. Lo è in parte anche nostra, della categoria. Si fa un gran parlare solo dei grandi artisti o dei vip che vanno nei laboratori artistici. È giustissimo parlarne – come fai a non parlare di Naomi Campbell che va agli Studi Nicoli o di Bon Jovi che va alla Statuaria di Vanelli? – però ci sono tanti laboratori artistici che hanno fatto la storia di Carrara e continuano a farne la tradizione, che lavorano in sordina e rimangono sempre nell’ombra!».

49 - CONTINUA ... –

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