Il Tirreno

«Ambulanza in ritardo, Michele poteva salvarsi»

di Alessandra Vivoli

Parlano i familiari del marmista di 36 anni stroncato da un attacco cardiaco «Vogliamo giustizia, faremo denuncia contro il 118 per quello che è accaduto»

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CARRARA. Diciotto minuti. E tre telefonate. Diciotto minuti che finiscono sotto accusa, e al centro di una denuncia che domani sarà ufficializzata dai carabinieri, perché sono trascorsi dalla chiamata al 118 e l’arrivo dell’ambulanza in via Corvenale 11.

«Troppo tardi», sostengono i familiari di Michele Castagnini, per il loro ragazzo, “una roccia”, un gigante di un metro e novanta, stroncato a 36 anni da un attacco cardiaco. «Sono arrivati tardi - dice con voce ferma la moglie di Michele, Monica 28 anni e un dolore sul volto che la rende molto più grande - Eppure quando li ho chiamati ho detto subito che stava succedendo qualcosa di grave, che mio marito stava avendo un infarto».

Una storia drammatica, una morte improvvisa, per il marmista di 36 anni (padre di una figlia di 12) che lavorava alla Carriona Graniti. E adesso, dopo la tragedia, arrivano le accuse precise da parte della famiglia sulle modalità dei soccorsi.

A ripercorrere quella terribile alba di martedì scorso sono babbo Quinto, ex macellaio di via Piave, una istituzione per la gente di Bonascola e dello Stadio, mamma Franca (che è già stata al cimitero di prima mattina a mettere un fiore sulla tomba del figlio), il fratello Roberto, titolare di un’azienda vinicola e la moglie Monica. La piccola Matilde è dalla zia, sono al lavoro le altre due sorelle di Michele, Maria Grazia e Donatella. Una famiglia unita. e molto conosciuta nella zona.

Ci accolgono nella loro casa bifamiliare, in via Corvenale, dove Michele si è sentito male, dopo una serata come tante. Trascorsa in famiglia, con grande tranquillità. Prima del dramma.

«Nessuno ci restituirà il nostro Michele- cominciano col dire la mamma e il papà - Vogliamo solo che sia fatta giustizia. E che a nessun altro succeda quello che è successo a noi. È un dolore troppo grande».

È Monica a ricordare quanto accaduto martedì.

«Michele era tornato a casa dal lavoro e si era messo a tagliare l’erba - racconta- dopo abbiamo centao insieme, lui ha mangiato la bistecca e siamo rimasti alla televisione fino a mezzanotte e mezzo. Poco prima delle 4 si è alzato per andare in bagno: si è spogliato, diceva che si sentiva soffocare, voleva che lo accompagnassi fuori, in giardino. Quasi non respirava».

«L’ho guardato in faccia era bianco come un lenzuolo, gli ho portato un bicchiere d’acqua che è rimasto intatto, l’ho tolto ieri dalla camera. Ho chiamato il 118, alle 4 e 5 (la data e le chiamate sono sul cellulare) e ho detto di fare presto che mio marito stava avendo un infarto».

Nel frattempo la figlia dodicenne è andata a svegliare i nonni. «Tenevo la mano a Michele, stava malissimo»: ricorda la mamma.

Dopo dieci minuti Monica richiama il 118: «La seconda chiamata è delle 4 e 15, continuavo a ripetere, fate presto, fate presto ma sentivo che avevano problemi a trovare la strada - continua Monica - “Vedo i vostri fari, siamo qui”».

E devono passare ancora alcuni minuti, racconta Monica, prima dell’arrivo dell’ambulanza.

«Mi hanno richiamato alle 4e 18 e alla fine mio suocero è sceso in strada, ha percorso a piedi cento metri e ha indicato la strada all’ambulanza - continua il racconto - Sono arrivati intorno alle 4 e 24, purtroppo tardi. Hanno fatto un’iniezione a Michele, hanno iniziato a massaggiarlo e poi lo hanno caricato sull’ambulanza. Ma abbiamo subito capito che non c’era più nulla da fare».

«Io tenevo la mano a Michele, ho cercato di tranquillizzarlo fino all’ultimo - dice facendosi coraggio mamma Franca - Ma è passato troppo tempo. Lo sentivo andarsene: è stato terirbile».

Adesso finisce sotto accusa il ritardo con cui l’ambulanza ha raggiunto via Corvenale. «In questa strada ci abitiamo da sempre - racconta il padre di Michele, l’ex macellaio Quinto - siamo conosciutissimi e si tratta di una strada dove vivono anche tante altre famiglie, ci si sente male anche qui, anche se non viviamo in una strada princiopale. Ma come è possibile che ci sia voluto così tanto ad arrivare? Questa domanda ci angoscia, vogliamo giustizia e per questo domani andrò a denunciare quanto accaduto. Lo ripeto, Michele non ce lo ridà nesuno, ma un po’ di giustizia sì.»

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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