Il Tirreno

«Ho visto il vigile sferrare un calcio al mio amico»

«Ho visto il vigile sferrare un calcio al mio amico»

Condannato per non aver fornito le proprie generalità il collega che corse in aiuto al camionista fermato sulla via di cava accanto allo stabilimento Omya

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CARRARA. Due camion di scaglie che vengono giù dalle cave.

Una pattuglia dei vigili che li incrocia e a causa della velocità sostenuta, e secondo quanto riferito a processo, poichè camminavano in mezzo alla carreggiata, li ferma per alcuni controlli sul presunto sovraccarico.

Uno degli autisti scappa l'altro si rifiuta di fornire le generalità. Una vigilessa rimane ferita. E anche uno dei camionisti che riporta una contusione ai testicoli per una ginocchiata che, secondo l’accusa, gli avrebbe inferto uno degli agenti in servizio.

Su questa vicenda, del 31 ottobre 2012, c'è un procedimento penale in corso.

Nel mezzo, e nel frattempo, si è concluso un altro processo sempre relativo a quei fatti di tre anni fa, a carico dell'amico di uno dei due autisti, Davide Bonini, che si sarebbe messo bel mezzo durante i controlli rifiutando di fornire le generalità. Per questo è stato condannato dal giudice Alessandro Trinci a 150 euro di ammenda.

In aula la versione dell'imputato che ha voluto essere sentito dal giudice e che ha descritto una situazione di grande difficoltà. Quella che, secondo quanto riferito dall’imputato, l'amico avrebbe patito durante i controlli.

«Stavo percorrendo la strada delle cave quando, vicino al deposito dell’Omya ho visto il mio collega, per me quasi un padre visto che lavoriamo insieme da vent’anni, appoggiato alla macchina dei vigili. Un agente gli teneva un braccio sotto al collo. Come fosse un delinquente - ha riferito Bonini al giudice - Sono subito sceso dall’auto, e sono andato in soccorso del mio amico che tra l’altro soffre di cuore e che vedevo in grande difficoltà. Un vigile gli ha sferrato una ginocchiata nelle parti intime, io mi sono intromesso, ho intimato ai vigili di lasciarlo andare e di chiamare un’ambulanza».

«Mi hanno chiesto le generalità, anche quelle del mio amico e, questo è vero - ha continuato - non ho voluto dargliele ma stavo davvero pensando a come prestare aiuto al mio collega».

Sul banco dei testimoni ha sfilato anche la vigilessa che era in servizio insieme al collega la mattina dell’ottobre di tre anni fa.

«Abbiamo femrato due autisti sulla strada di cava - ha riferito - Uno è scappato e l’altro si rifiutava di fornire le sue generalità. A un certo punto si è messo a urlare e un amico, che stava sopraggiungendo in macchina, è arrivato dicendo che lo avrebbe aiutato lui, che avrebbe testimoniato a suo favore. Gli abbiamo chiesto più volte i documenti e si è rifiutato di mostrarli. Io mi sono appuntata la targa sul dorso della mano, con la penna e da lì siamo risaliti al suo nome e cognome». Il processo è stato aggiornato al prossimo 12 giugno per la discussione e la sentenza.©RIPRODUZIONE RISERVATA

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