Il Tirreno

The Stone River e il sogno del Vermont

The Stone River e il sogno del Vermont

Esce oggi un film sull’emigrazione dei cavatori carraresi in Usa, attratti dal miraggio della cava più grande del mondo

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CARRARA. La saga dei carraresi – scultori, scalpellini, cavatori – che lasciavano le Apuane per altre montagne, quelle del Vermont. Una pagina di storia e di storie che viene ora raccontata in un film-documentario: The Stone River, di Giovanni Donfrancesco che da oggi sarà in decine di sale cinematografiche in Italia e in Europa.

Il film, presentato in anteprima mondiale al festival di Roma e vincitore del Globo d'oro è ora finalista del Doc/it Professional Award, premio di categoria per il miglior documentario italiano dell'anno.

The Stone River parla di un tema quanto mai attuale. quello dell’emigrazione. Fine Ottocento, a Carrara si diffonde la voce che nel Nuovo Mondo, in uno sperduto paese del Vermont, abbiano scoperto le più grandi cave di granito del mondo e che per chi voglia tentare la sorte siano disponibili speranza, lavoro e una buona paga. Un anziano scultore vaga oggi nel cimitero monumentale della città interrogando le tombe dei lavoratori della pietra e le centinaia di italiani che all’inizio del Novecento si trasferirono lì. A partire da interviste rilasciate da alcuni di loro verso la fine degli anni ’30, Giovanni Donfrancesco crea un corto circuito tra passato e presente per un viaggio metafisico nella provincia americana, in cui i vivi prestano voce e corpo ai fantasmi dei loro avi, e intesse un affresco sorprendente dell'epopea tragica di un'intera comunità impegnata nella perenne e titanica lotta contro la pietra, tra drammatiche battaglie sociali e morti bianche.

Giovanni Donfrancesco, fiorentino, autore fra l’altro de “Le vere false teste di Modigliani" sulla beffa delle sculture trovate nei fossi di Livorno, racconta così la sua opera. «Realizzando questo film non mi sono mai posto il problema della sua classificazione. Anche se chiaramente sapevo bene di andare oltre il documentario come lo si intende comunemente. E' evidente che c'era un intento di sperimentare nuovi linguaggi. Il film è effettivamente dominato dal cortocircuito temporale tra passato e presente. E questo può inizialmente spiazzare lo spettatore e togliergli le sue “sicurezze” di genere. Tutto ciò che vediamo nel film appartiene al presente, alla vita quotidiana della cittadina di Barre. Per certi versi si direbbe un comune documentario di osservazione. Ma tutto ciò che ascoltiamo proviene invece dal passato, proviene dai testi delle interviste fatte agli abitanti negli anni Trenta».

Le parole dei personaggi che vediamo muoversi nel film, prosegue il regista, «appartengono ai fantasmi dei loro avi. Con questa scelta ho inteso rimettere in discussione le certezze su cui poggia l'esperienza cinematografica di chi guarda. La realtà e l'immagine che ci appare sotto gli occhi non risponde solo al presente ma nasconde uno strato inferiore, profondo, che arriva direttamente dal passato, dal nostro vissuto di comunità».

È insomma impossibile classificare questa opera come documentario o come film (inteso come storia), «Si tratta di un film. Punto – dice Donfrancesco – . Le riflessioni sul grado di realtà presente nel film arrivano dopo e sono tutto sommato secondarie. E' evidente che trattandosi di un film che intende restituire la parola e il corpo a dei fantasmi, difficilmente può essere considerato un documentario in senso stretto. Eppure la realtà è lì. E ne è un elemento imprescindibile».

Personaggio principale del film è Giuliano Cecchinelli, colui che guida la discesa agl'inferi, capace di evocare le storie dei morti. Dice di lui il regista: «Quando sono arrivato a Barre, tutti quanti mi hanno detto che per il mio film avrei innanzitutto dovuto parlare con lui. Avevano ragione. Giuliano rappresenta magnificamente la memoria storica e artistica di tutti gli emigranti – scultori e scalpellini – italiani. Lui è l'unico personaggio nel film a parlare veramente per se stesso. Quando lo ascoltiamo si tratta veramente delle sue parole. Quando gli ho chiesto di raccontare, la prima cosa che ha fatto è stata portarmi a visitare cimitero di Hope. Giuliano, oltre a essere un bravissimo scultore, ne conosce ogni anfratto, ogni segreto, ogni storia, ogni piccolo fiore di granito che adorna le tombe. E subito mi sono reso conto che ciò che stava facendo era veramente di mettermi in relazione con quel mondo profondo popolato di fantasmi».

The Stone River sarà proiettato a Milano, Roma, Napoli poi a Londra, Grenoble, Berlino, nell’ambito del mese del documentario che porta nelle sale italiane ed europee i cinque film che concorrono al Doc/it Professional Award. Non è prevista, per ora, alcuna proiezione a Carrara, città da cui partirono Giuliano e gli altri cavatori..

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