Sicurezza
Sarah Kalimeraki: I robot sono la morte della scultura
CARRARA. Sarah Kalimeraki è un'artista minuziosa, attentissima ai dettagli. Lavora con il compasso e per fare copie (lavora anche come artigiana) trascorre ore e ore e intere giornate a guardare l'opera originale per riprodurla alla perfezione.Come per l'Afrodite di Milo, meglio conosciuta come la Venere di Milo, la copia a cui sta lavorando in queste settimane e per cui ha preso un aereo diretto a Parigi per andare al museo del Louvre, dove è conservata, e vederla da vicino.
«Quando l'ho vista mi sono emozionata, avevo voglia di piangere», racconta. Una specie di sindrome di Stendhal, quel capogiro provocato dalla visione di un'opera d'arte di estrema bellezza, che però lei sente di fronte a qualsiasi, o quasi, statua, perché per lei la scultura «è il senso della vita». La incontriamo nel laboratorio Petacchi, dove lavora fianco a fianco a un plotone di artigiani e artisti di Carrara, ognuno nel proprio angolo, immerso tra la polvere del marmo e il rumore del martello pneumatico. Ci viene incontro sorridente: porta un vecchio bomber anni '80, jeans, scarponi di pelle neri, una marea di orecchini e i capelli brizzolati sparati in aria.
É nata a Londra nel 1961 da madre inglese e padre greco ed è arrivata a Carrara nel 2011.
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Sarah, racconti come è arrivata qui.
«Ero a Firenze per una mostra in cui avevo portato i miei teschi (è conosciuta per i suoi teschi di animali realizzati con il marmo, ndr). Franco Petacchi li vide e mi contattò chiedendomi se volevo andare a lavorare nel suo laboratorio. Ed eccomi qua.
Non era mai stata a Carrara prima?«Sì, una volta. Circa vent'anni fa ho vissuto per un breve periodo a Pietrasanta dove ho lavorato con Alfredo Soldani e ero venuta a vedere la città. Poi sono tornata a Londra dove ho continuato a fare quello che stavo facendo».
E cioè? «Lavoravo nei vari laboratori nella periferia di Londra, dove mi occupavo prevalentemente di restauro. Ho restaurato grandi strutture come il Saint Paul's Cathedral (cattedrale di San Paolo, ndr) e il Westmister Abbey (l'abbazia di Westminster che è il più importante luogo di culto anglicano di Londra dopo la cattedrale di San Paolo, ndr). Poi mi occupavo delle mie sculture, studiavo per perfezionare la tecnica r per impararne altre.
Ha accettato la proposta di Petacchi senza pensarci o ci ha dovuto pensare?
«Ho accettato immediatamente».
Certo che è un bel salto...Qui c'è l'emigrazione inversa: molti giovani carraresi hanno fatto i bagagli per Londra.
«Probabilmente Londra offre ai giovani, e non, più possibilità di lavoro, ma non ha il marmo. E per uno scultore non c'è posto migliore di Carrara. Inoltre, per quanto mi riguarda, più a sud dell'Europa vado e meglio sto. Carrara, poi, è un'esperienza forte».
In che senso?
«Nel senso che è una città completamente diversa dalle altre. I carrarini sono veramente duri, forse a tratti anche apparentemente spigolosi, e sono anche orgogliosi di esserlo. Solo studiando la storia di Carrara ho capito il perché. I carrarini fanno il lavoro più duro, faticoso ed estremo che ci sia. Lo scorso anno ho assistito alla riproduzione storica della lizzatura e mi sono detta “oh my god” (o mio dio, ndr): non esiste niente di simile nel mondo. Ho pensato a quelle persone che si trascinavano il blocco di marmo dalla montagna a valle e da valle con il cavallo fino al porto e ho pensato alle fatiche, alla pericolosità di quel lavoro. Adesso il lizzatore non c'è più, ma rimangono i cavatori, i tecchiaioli e anche i camionisti che trasportano tonnellate di marmo tra tornanti delle Alpi Apuane: sono lavori estremi ed è normale che loro siano duri e che le stesse mogli e i figli di questi lavoratori risentano di questa “durezza”, anche se non è questo il termine appropriato. Diciamo che sono persone che vivono costantemente su uno strapiombo. Ma sono tutte persone fantastiche, generosissime. Per tanti mesi mi hanno accompagnata a lavoro: aspettavo al ponte di ferro alle 6 di mattina, facevo l'autostop e il primo camionista che passava mi caricava e mi lasciava al laboratorio».
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Non aveva un mezzo di trasporto?
«No, i carabinieri mi avevano ritirato il motorino perché non avevo la patente». (E qui Sarah scoppia a ridere, ndr). Vede (dice ancora ridendo, ndr), Carrara in fondo è come il wild West (selvaggio West, ndr): non ci sono regole scritte, o meglio ci sono le leggi dello Stato, ma qui sembra funzionare tutto più per regole non scritte, atteggiamenti e modi di interagire dettati più dalle persone, dal loro modo di relazionarsi. E tutto questo alimenta la genuinità delle persone. I camionisti, dicevo, sono duri ma sono le persone più aperte e socievoli che abbia mai conosciuto».
E degli scultori carraresi che pensa?
«Gli scultori che vivono e lavorano a Carrara hanno la fortuna di vivere in un melting pot di culture, lingue e tradizioni, concentrato in pochi chilometri quadrati. Questo aiuta a essere aperti, socievoli, a volersi conoscere, anche se non mancano le eccezioni. Artisticamente, poi, noto che qui ci sono alcuni degli scultori più bravi al mondo. Il problema è che la tecnica sta per essere contaminata dai robot».
Il mondo della scultura si divide nettamente fra chi è pro e chi contro ai robot, quasi fosse un'ideologia..
«In effetti lo è. Vede, io sono immensamente grata ai miei professori (della scuola di Londra, ndr) che mi hanno insegnato a usare lo scalpello a mano, il compasso e il goniometro, perché trent'anni dopo questo insegnamento si è perso e adesso ci sono giovani che scolpiscono con il robot e non sanno nemmeno disegnare o usare lo scalpello».
Anche alla scuola del marmo di Carrara si è perso questo insegnamento?
«No, quella è un'eccellenza nel mondo. Quello che apprezzo di quella scuola è la forza d'animo. Nonostante non abbiano fondi, nonostante le aule cadano a pezzi, loro vanno avanti preparando scultori bravissimi»
Quindi si riferisce all'Accademia di belle arti?
«Sì, all'Accademia insegnano a scolpire con i robot e questo, secondo me, è la morte della scultura. La scultura è una lingua internazionale, se la non si conosce non si comunica. Il martello pneumatico non cambia il modo di scolpire perché è sempre in mano, rimane l'occhio, lo spirito della persona, le sensibilità delle persone, l'amore delle persone, anche il loro coraggio. Rimane tutto dello scultore. Il robot invece è disumanizzante, lo scultore sparisce. Per me questo è un aspetto molto importante: per me la scultura è il senso della vita, non riesco ad accettare questa perdita di conoscenza».
Cosa fa oltre a scolpire?
« Nulla. Vivo per la scultura. Scolpisco sessanta, settanta ore a settimana. (Sempre qui (laboratorio Petacchi, ndr) e all'aperto?) Sì, estate e inverno. Lo scalpello ha bisogno dei raggi del sole per scolpire». Possiamo considerarla una scultrice affermata; che consiglio si sente di dare ai giovani scultori carraresi?
« Io volevo essere una scultrice da quando sono piccola e ho lavorato duro per diventarlo. Ore e ore a scolpire,giorni feriali e estivi: da quando ho preso lo scalpello in mano non ho mai smesso di lavorare e imparare, perché è necessario spendere tempo nella propria passione per raggiungere obiettivi. Questo è il consiglio: spendere tempo nella propria passione».
48 - CONTINUA
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