Sicurezza
in tribunale
Ritrova il quadro rubato in vendita nella casa d’aste
La tela di Emilio Vedova era sparita nel 2000: il suo valore è di circa 10mila euro. Due uomini sono finiti a processo per ricettazione: «Comprato in un mercatino»
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MASSA. Un quadro importante, una tela che rappresenta uno dei cicli più felici dell’artista Emilio Vedova, pittore veneziano davvero quotato nel mercato delle opere d’arte. Valore, certificato, diecimila euro. Un piccolo tesoretto. Il dipinto in questione, “Studio di dischi numero 9” si trovava su una parete della casa di un collezionista massese. Fino al 2000, perché in quell’anno la tela sparisce: rubata dai soliti ignoti che avevano ripulito l’appartamento. Un furto strano, però, guardacaso i ladri si erano concentrati sui quadri lasciando stare tutto il resto. Nonostante ci fossero dei soldi a portata di mano. Il proprietario ci resta male, perché quello era un pezzo pregiato della sua collezione: presenta denuncia e aspetta notizie fiducioso. Notizie che non arrivano, quell’opera è sparita nel nulla. Probabilmente in casa di qualcuno che aveva commissionato il furto, è l’ipotesi investigativa.
Passano tredici anni, nel frattempo il pittore Vedova muore (nel 2006) e i suoi parenti e amici realizzano una fondazione in suo onore. Il prezzo dei suoi quadri schizza in alto e il proprietario dello Studio di dischi numero 9 si mangia il fegato, dato che avrebbe una fortuna in mano. Si rassegna e non ne vuole più sapere di quel dipinto. Si libera anche del catalogo che lo ritrae, altro punto a favore di questo piccolo capolavoro di arte contemporanea.
Ma come succede spesso, quando ormai non se lo aspettava più, ecco che arriva la telefonata che lo lascia a bocca aperta: nel 2013 il comandante del nucleo belle arti dei carabinieri di Firenze gli comunica che il quadro che era sparito dal suo appartamento è stato trovato in una casa d’aste. E sequestrato. Non solo: le due persone che ne avevano rivendicato la proprietà sono state denunciate per ricettazione. Ieri è iniziato il processo contro i due uomini, Claudio Bartoletti e Bruno Baroni: soltanto un’udienza filtro, visto che il dibattimento vero e proprio comincerà a novembre. La difesa, entrambi si sono affidati allo studio Perfetti, sostiene che non c’è colpa nella condotta degli imputati: quel quadro lo hanno visto in un mercatino di antiquariato e lo hanno comprato, facendo un affare ma pagandolo comunque qualche migliaio di euro.
Tredici anni dopo il furto, insomma potevano non sapere che quella merce scottava. E probabilmente se non avessero deciso di venderlo, per comprare altre opere d’arte, nessuno si sarebbe accorto di niente. I legali di Bartoletti e Baroni puntano sul fatto che abbiano scelto una casa d’aste particolarmente conosciuta nel nord Italia e che quindi non volevano nascondere la cessione della tela. Il comportamento di chi ha la coscienza a posto, insomma. Sarà il giudice Giovanni Sgambati ad appurare se sono in buona fede oppure no.
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