Sicurezza
Massa Carrara, nessun futuro per i 16 dipendenti del call center dell'Isr
Fanno sondaggi telefonici, ma quest’anno hanno lavorato solo 5 giornate. «Dai nostri dirigenti risposte evasive»
CARRARA. Stressati dall'incertezza sul futuro, delusi dalle promesse non mantenute e soprattutto dimenticati da tutti, istituzioni, sigle sindacali e dirigenti di Camera di Commercio e Isr: i 16 lavoratori del Cati, il call center che dal 2011 effettua le telefonate per i sondaggi dell'Istituto Studi e Ricerche, provano a tenere accesi i riflettori sulla loro vicenda, nella speranza di salvare così il proprio posto di lavoro.
Dopo i tagli al sistema camerale avviati dal governo centrale, a gennaio l'ente apuano ha approvato una delibera in cui, per preservare l'equilibrio di bilancio di Isr si annunciava che «la funzione del Cati potrebbe anche essere oggetto di dismissione in quanto ritenuta non più strategica dall'Ente camerale». Tradotto in parole povere significa che il call center è avviato sulla strada della liquidazione visto che, difficilmente, di questi tempi si troverà un acquirente disposto a rilevarlo. I 16 dipendenti del Cati, tutti assunti con un contratto a tempo indeterminato a chiamata, per 80 giornate lavorative all'anno, hanno capito fin da subito l'aria che tirava e così hanno provato a chiedere chiarimenti ai loro dirigenti, il presidente di Isr Vincenzo Tongiani e il presidente della Camera di Commercio Dino Sodini: «Non c'è comunicazione, siamo sempre noi a dover chiedere gli incontri e quelle poche volte in cui ci vengono concessi, le risposte non sono mai chiare», raccontano i dipendenti. L'ultima riunione, ricordano i lavoratori, risale allo scorso 31 marzo: in quell'occasione, alla presenza delle sigle sindacali dei confederali, era stato ipotizzato di sollecitare le amministrazioni locali, in quanto socie di Isr, a prodigarsi per salvare il Cati. Secondo quanto riferiscono i dipendenti del call center in quell'occasione erano state ipotizzate due strade: la prima prevedeva una sorta di “ricapitalizzazione”, con un incremento delle quote societarie di ciascun comune, la seconda sollecitava i municipi a contribuire ai carichi di lavoro del Cati, commissionandogli indagini e sondaggi.
Sì, perchè dall'inizio di quest’anno, il Cati, ha lavorato solo 5 giorni, in concomitanza con l'iniziativa “CreaInRete” a fronte degli 8 mesi di attività dello scorso anno. «Tante parole ma pochi fatti, di quelle proposte non abbiamo saputo più nulla» raccontano i lavoratori, lamentando lo scarso interesse per quella che potrebbe diventare l'ennesima vertenza del nostro territorio. Un silenzio che questi 16 dipendenti definiscono «snervante», perchè «tenere accesi i riflettori su questa vicenda è forse l'unico modo per difendere il nostro impiego, e noi abbiamo voglia di lavorare» dicono, dando la disponibilità a svolgere anche mansioni diverse, oggi appaltate all'esterno.
E proprio l'esternalizzazione del servizio è lo spettro che incombe sul Cati: «Noi abbiamo competenze e professionalità, fino a poco tempo fa ci chiamavano il fiore all'occhiello dell'Isr e ora... non vorremmo appaltassero il servizio a un call center esterno, magari uno di quelli a bassissimo costo che si trovano in alcuni paesi dell'Est, sicuramente non in grado di garantire l'attuale livello qualitativo» aggiungono i lavoratori. Che spiegano così i motivi per cui si ritrovano relegati in una sorta di limbo: «I nostri dirigenti stanno zitti e non ci licenziano perchè per loro è conveniente. Per il tipo di contratto che abbiamo, se non lavoriamo non veniamo pagati e non sono previsti ammortizzatori sociali. Il nostro costo – attaccano - è pari a zero».
Il problema però è che molte di queste 16 persone hanno come unica fonte di reddito proprio lo stipendio del call center e che, praticamente tutte, pur avendo una laurea, hanno superato da un po' i 29 anni, dunque – per come va di questi tempi il mercato del lavoro – difficilmente ricollocabili.
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