Il dolore
Non girano più quattrini? Tranquilli, c’è la via d’uscita
L’americano con ottimismo da vendere: qui ho trovato la mia dimensione
di MELANIA CARNEVALI
Ma «devo rispondere veramente?». Bo Allison, artista statunitense, arrivato a Carrara per la prima volta nel 2003, per poi farvi ritorno quindici anni dopo, non ama raccontare i dettagli della sua vita privata. E tanto meno i pettegolezzi. È un artista riservato a cui piace parlare delle sue opere, di come le ha concepite, del percorso che spera facciano nel circuito artistico internazionale. Ma non appunto della sua vita privata. «Really, I have to answer?» (Devo rispondere veramente?, ndr), dice quando le domande scivolano sul personale. «As you want» (come vuole, ndr), rispondiamo noi.
Lo abbiamo incontrato nel suo studio in via Colonnata, un rudere di una vecchia segheria sul Carrione, che dall'esterno sembra un fabbricato abbandonato e pericolante. Ci viene incontro: porta una sciarpa colorata, dei jeans larghi e ciabatte. Non parla italiano. «Non sono mai riuscito a impararlo» confessaal Tirreno.
Entriamo nello studio e abbiamo l'impressione di entrare nella pancia dell'artista: un enorme open space illuminato dalla sola luce del sole che filtra dai buchi sulle pareti, il vento che entra dalle finestre senza infissi e esce dalla parte opposta, lo scroscio del fiume, le opere installate ai lati e al centro la sua ultima creazione: Paradigma, costruzione geometrica composta da ventisette cubi disposti uno accanto all’altro.
Ci racconta la sua storia tra una sigaretta e l'altra, seduti a un tavolo. E ascoltandolo, capiamo quanto sia eclettico e geniale: ha studiato fotografia alla scuola Museum of Fine Arts di Boston, ma crea sculture che sembrano sfornate dalla matematica pura. Fin dal 1986 espone in tutto il mondo ed è adesso uno degli artisti più conosciuti sul territorio.
Allison, dove ha imparato a scolpire?
«Sono autodidatta. Amo la fotografia, ma non mi rappresenta: preferisco il contatto con la materia. Con costanza e passione ho imparato».
C'è una scultura, delle sue, di cui va più fiero?
«Triad (un triangolo scavato su un blocco di marmo nero del Belgio, ndr) è una di quelle che preferisco. Ma poi chiaramente c'è Paradigma, che è un progetto su cui ho lavorato quattro anni.
Cosa voleva comunicare con Paradigma?
«Il nome viene dal greco e significa “essere fianco a fianco” e può essere definito come un quadro concettuale di visioni del mondo accettate, tra cui i presupposti, i valori, gli obiettivi, le credenze, le aspettative e le teorie. Il mio progetto è composto da ventisette cubi: ognuno è un cubetto più grande o più piccolo rispetto al cubo accanto. L'unità di misura per il cambiamento di formato è 1/27 del tutto. Un modo quindi più semplice per visualizzare il processo fisico di questo progetto sarebbe quello di pensare a esso come la costruzione e decostruzione del cubo. Il senso è il cambiamento: mi ha sempre affascinato. Non necessariamente cambiare è meglio, ma un cambiamento creativo si spera vada per il meglio. Con Paradigma non pretendo di avere a che fare con qualche verità a qualsiasi livello. Mi piace iniziare con un cubo, che termina con un cubo e seguire il cambiamento».
È riuscito a venderlo?
«Non tutto perché è troppo grande. Ma ho venduto diversi cubi, soprattutto l'undici».
A quanto li ha venduti?
«Really, I have to answer?».
Ha venduto a carraresi?
«No, loro apprezzano ma non comprano».
Lei passa molto tempo qui dentro?
«No. Assolutamente. Vengo solo il pomeriggio, quando c'è il sole».
E d'inverno?
«Non vengo molto. Lavoro prevalentemente durante la primavera e l'estate».
Cosa fa il resto del tempo? «Leggo, faccio passeggiate, ozio. La domenica spesso vado a Colonnata, dove ho quella che potrebbe essere considerata la mia seconda famiglia. Ci sediamo a un tavolo si chiacchiera, si mangia, si beve. Tipica giornata all'italiana, insomma».
...Qui nello studio in via Colonnata non c'è elettricità. Scolpisce tutto a mano?
«Sì, qui sì. Mi metto fuori, nel giardino, e scolpisco sotto il sole. Non ho bisogno dell'elettricità. Se poi ho pezzi grossi da lavorare mi appoggio a qualche laboratorio del territorio, come lo studio Nicoli con cui ho un rapporto strettissimo, dal momento che sono le prime persone che ho conosciuto quando sono arrivato a Carrara».
Ci racconta di quel giorno, se lo ricorda?
«Non potrei mai scordarmelo. È uno dei motivi per cui sono tornato qui a distanza di anni. Arrivai a Carrara nel 2003 dopo aver girato prima gli Stati Uniti e poi l'Europa: andavo in un Paese, mi fermavo qualche mese, scolpivo e poi ripartivo per mostre e per rifermarmi un po' in un altro Paese. Così nel mio girovagare arrivai a Carrara. Andai allo studio Nicoli, perché era il più rinomato e volevo mettermi in contatto con il mondo degli scultori del territorio. Stavano lavorando a una copia del David di Michelangelo e rimasi affascinato, perché guardavo questa statua enorme e poi mi giravo e vedevo le montagne da dove avevano preso il marmo. Riguardavo la statua e poi di nuovo le montagne. E ho capito il legame fra la materia e il suo luogo di origine, come un cordone ombelicale che collega tutte le statue alle Alpi Apuane. Ho capito quanto questo posto fosse pieno di storia. Gli stessi cavatori si trascinano dietro una storia enorme. Io li rispetto molto».
E cos'altro la lega a questo posto?
«Carrara è una città completamente diversa dalle altre italiane. Tutto scorre più lentamente, i carraresi non sembrano mai preoccupati di niente. Diciamo che ho trovato la mia dimensione».
Però, se non sbaglio, lei in un primo momento se ne era andato ...
«Sì dovevo ancora esplorare. Andai in Belgio dove mi sono sposato e ho vissuto diversi anni. Poi ho divorziato e sono tornato a Carrara».
Dove vive adesso?
«In una casa in centro tra il Duomo e piazza Alberica. Anche questo è un aspetto piacevole di Carrara: la si percorre tranquillamente tutta a piedi».
Lei non parla italiano e gli italiani sono noti per il loro inglese "maccheronico". I carraresi poi (pur con le dovute eccezioni) non brillano per la conoscenza delle lingue straniere. Ha trovato difficoltà nel comunicare?
«Molte. Il punto è che molti qui (a Carrara, ndr) si indispettiscono nel sentirmi parlare solo in inglese. Ma a un certo punto mi son detto: “pazienza! Ché si arrabbino!”. Se c'è la voglia di comunicare, ci si capisce in qualsiasi lingua».
E l'America non le manca?
Bo Riflette un po' prima di rispondere...
«No. Sto bene qui».
Anche dal punto di vista professionale? Riesce a vivere della sua sola arte?
«Quello è sempre più difficile. Anni fa c'era molta più circolazione di denaro nel mondo dell'arte. Adesso le opere vengono svalutate per essere vendute. Però non mi tedio o rattristo: c'è sempre una buona via d'uscita».
Ed è con questa botta di ottimismo che lo ringraziamo e, prima di salutarlo, gli facciamo un'ultima domanda. Quanto ha pagato questo rudere?
La risposta, nemmeno a dirla, è stata «Really, I have to answer?». Bo Allison è uno di quegli artisti sempre coerente con se stesso.
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