Il Tirreno

MARMO & CO

di Alessandra Vivoli
MARMO & CO

CARRARA. «I lavorati per la moschea? Ci hanno dato le briciole, ma in tempi di carestia va bene anche il pane secco. La verità è che se il nostro marmo continua a andare via in blocchi la filiera non...

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CARRARA. «I lavorati per la moschea? Ci hanno dato le briciole, ma in tempi di carestia va bene anche il pane secco. La verità è che se il nostro marmo continua a andare via in blocchi la filiera non potrà mai ripartire».

A parlare è Ferruccio Lorenzi, 63 anni, alle spalle un’esperienza da disegnatore in una ditta storica del distretto apuo versiliese, la Bufalini, da tempo responsabile tecnico della Cooperativa Marble più. Dieci soci, una grande esperienza nella lavorazione del marmo. Un “saper fare” che però, e a dirlo è proprio Ferruccio Lorenzi da solo oggi non basta più. «Se i blocchi vanno nei paesi arabi, ormai li lavorano anche lì è questa la verità - sottolinea - E a noi restano, appunto, le briciole. La nostra forza sta nella sinergia: il nostro marmo lavorato qui, da noi. Solo così la filiera può sopravvivere».

La commessa: un lavoro da milioni di euro, qui solo le briciole. Parla chiaro Ferruccio Lorenzi. Cominciando con i doversi ringraziamenti: perché il progetto moschea un po’ di lavoro l’ha portato,

«Io alcune parti della moschea li ho già fatti tre anni fa, e altri ora, in 31 giorni - spiega Lorenzi - Si tratta di un lavoro grossissimo perché il passaggio per arrivare alle Mecca sarà completamente ricoperto di marmo. E saranno di marmo anche i palazzi. È una commessa che andrà avanti fino al 20150, così tanto per fare capire di che lavoro si tratta».

«In momenti difficili come questo avere una commissione, come quella a cui abbiamo preso parte insieme ad altre aziende della zona è già una buona cosa - continua il responsabile tecnico della Marble più - ma non è in questo modo che si può andare avanti. La chiave di volta, per la lavorazione in loco, come spesso sento dire, è che il nostro marmo rimanga qui, che non venga spedito in blocchi. Perché l’unione, fra il monte e il piano, fa la forza».

Da Carrara i negozi Tiffany in tutto il mondo. Dovrebbe essere legata a doppio filo alla produzione, al marmo nostrano. Ma una cosa è certa: il saper fare carrarese nel mondo continua a tenere alta la propria bandiera. Anche grazie all’esperienza della cooperativa Marble più che si occupa dei lavorati in marmo di tutti i negozi Tiffany del mondo.

Per ultimo sono stati relaizzati gli allestimenti del negozio sui Champs Elysees a Parigi. «È un lavoro di pregio, che stiamo portando avanti anche ora - spiega Ferruccio Lorenzi - abbiamo fatto delle scale particolari, dei pannelli, che ci sono stati chiesti espressamente, come lavorati di Carrara».

Insomma, il nome della città del marmo, quando si tratta di eccellenza, continua a essere una garanzia.

«Si, ma lo ripeto, non basta - mette in guardia Lorenzi - Il fatto è che tanti lavori oggi si fanno con le macchine, e se la materia prima arriva integra è chiaro che poi le lavorazioni vengono fatte nei paesi committenti che, bene o male, hanno imparato a fare i lavorati».

E un’altra nuvola nera che si addensa sulla filiera del marmo è proprio questa: i paesi arabi e quelli emergenti certe lavorazioni hanno cominciato, ormai da anni, a farsele da soli. E a farli anche per altri. Con una concorrenza spietata. Perché il problema, nel comparto apuano, sono gli alti costi di manodopera.

Manodopera a 1 euro e 20 l’ora e concorrenza sleale. La questione della concorrenza sleale è presto chiarita. Ci pensa il responsabile tecnico della coop Marble più a fare due conti.

«A noi un operaio viene a costare 35 euro l’ora- spiega Lorenzi - In altri paesi, che spesso sono nostri concorrenti, 1 euro e venti. Possiamo essere competitivi sotto questo profilo? Assolutamente no, e di questo siamo tutti consapevoli».

E se sulla manodopera per Carrara non c’è partita, c’è un altro, e importante, asso nella manica per la capitale mondiale del marmo. «Il materiale noi ce l’abbiamo - insiste Ferruccio Lorenzi - Lo estraiamo qui, dalle nostre montagne e sarebbe giusto lavorarlo qui, nella nostra zona. Questa è la sinergia che il territorio dovrebbe essere in grado di portare avanti, quella con cui si potrebbe affrontare a testa alta la concorrenza degli altri paesi».

Insomma la ricetta di uno degli esperti del settore lapideo è presto detta: blocchi e lavorazioni insieme. Questo il fore all’occhiello di Carrara.

Questa la formula, sulla carta molto semplice, per rilanciare, o meglio per fare partire una volta per tutte, finalmente e senza freno a mano tirato la filiera.

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