Proteste
Il pittore Aldo Giusti: amo Carrara, eppure sono un massese
CARRARA. Ha due vetrinette in legno piene zeppe di souvenir di viaggio: anzi, reperti come li chiama lui; è da queste vetrinette che “pesca” l’ispirazione per i suoi quadri. Aldo Giusti è un pittore. È un massese, trapiantato per sua scelta Oltrefoce, intimamente affezionato a Carrara: una stranezza per il senso comune. Conoscendolo, scopri di lui altre cose incredibili: ad esempio, l’uso che fa, con tanta familiarità, di due linguaggi che stanno agli antipodi: uno parla di metanodotti, reattori, raffinerie, di industria petrolifera per intenderci; l’altro di tela, pennelli e colori, insomma, di arte.
Ci ha dato appuntamento a Grazzano, dove abita. Prendiamo la salita. Suoniamo un campanello. Il portone si apre e sbirciamo dentro: non poteva che essere la casa di un artista. Vive in un ex convento abitato un tempo da suore che probabilmente prestavano la loro opera caritatevole all’ospitale di San Giacomo. Diciotto anni fa quando comprò casa qui (con giardino “pensile” incluso) Giusti attrezzò subito il suo studio al piano terra. Oggi dipinge al piano superiore. Ci regala subito una copia del suo ultimo libro: sulla copertina c’è riprodotta una foto in bianco e nero che lo ritrae – dodicenne – al distributore di benzina del padre, in viale Democrazia a Massa (la seconda pompa che si incontra andando dalle Poste verso Turano), mentre riempie il serbatoio di un’auto d’epoca; il libro s’intitola “L’aquilotto”, da Aquila Petroli.
…ma lei si intende di metanodotti o è un pittore?
«Io ho lavorato quasi quarant’anni per il Pignone e, contemporaneamente, dipingevo. Ero un tecnico industriale specialista di reattori, li ho posizionati nelle raffinerie di Mezzo Mondo. Sono stato in Polonia, Russia, Cina, India, Malesia, Indonesia, Venezuela, Stati Uniti e Canada, Algeria, Egitto, in Kuwait una decina di volte, in Pakistan c’ero due anni fa scortato da nove militari».
E nel frattempo ha studiato all’Accademia di Belle Arti? «Ebbi mio figlio, il primo, a diciotto anni e … non c’era tempo di dipingere. Quando nel ’76 mi risposai, ripresi il pennello in mano. Negli anni Ottanta feci la Scuola libera del nudo, le serali. All’Accademia mi iscrissi nel 2000, ma ero già pittore».
Tra un reattore e l’altro, lei ha fatto una miriade di mostre, anche importanti. Ha cominciato nell’89 all’Arte Fiera di Bologna, poi Tokio, Bruxelles al Palazzo del Parlamento Europeo, Vienna, Miami al Consolato italiano e all’Art Center…
«Ho avuto la fortuna di entrare subito in un buon giro».
Quindi lei è un pittore che vende?
«Ho venduto. Ora non si vende più un piffero. Il mercato è fermo e puoi riuscire a vendere quadri solo in determinate condizioni. Faccio un esempio: Claudio Cargiolli, amico carissimo e bravissimo pittore che voi avete intervistato (La Città degli Artisti, Il Tirreno, 1° febbraio 2015), è stato recentemente ospite di Orler Tv e c’era Stefano Zecchi (critico d’arte e accademico, ndr)…; personaggi come Zecchi danno lustro, creano le condizioni per essere presenti sul mercato dell’arte, altrimenti oggigiorno è molto difficile. O i quadri li regali o rimangono lì, ma dopo tanti anni devi mantenere un certo prezzo, non puoi svenderli, anche per rispetto di chi in passato ha acquistato i tuoi lavori. Io ho collezionisti delle mie opere al cui rapporto tengo molto: non voglio che vengano a sapere che vendo a 500 euro ciò che loro acquistarono a 2.000 euro. Non è corretto: preferisco tenermi i quadri in casa».
Mostre in tutto il mondo ma non a Carrara: sbaglio?
«A Carrara ho fatto una sola mostra da Barbara, la ragazza che ha quel bel negozio di articoli per belle arti sotto la caserma dei carabinieri (“Vezzi d’arte”, via Eugenio Chiesa, ndr)».
Lei è un massese affezionato a Carrara: se pensiamo ai campanilismi locali pare una stranezza…
«Io venni volentieri a Carrara. Quando comprai qui c’era un gran movimento di gente. C’era una galleria d’arte molto bella sotto Le Logge, si organizzavano mostre (e non intendo solo quelle di fine anno) per favorire gli studenti dell’Accademia, che era una scuola importante, con mani esperte nell’insegnamento, dalla scultura alla pittura: era un istituto che dava qualità alla città intera. Penso a quando a Carrara veniva Pier Carlo Santini (grande critico e storico dell’arte, ndr) e tanti altri personaggi».
E adesso le sembra tutta un’altra storia. Che ne pensa della terna individuata dal consiglio accademico e dalla quale dovrà uscire il nuovo presidente dell’Accademia?
«Non conosco Anselmo Ricci (presidente della coop dei cavatori di Gioia, ndr) e quindi non mi permetto di dire nulla; Nicola Ricci (gallerista, ndr): se devo giudicare sulla base di ciò che presenta nella galleria di via Loris Giorgi, non mi pare possa essere il nome ideale per la presidenza dell’Accademia; Anna Vittoria Laghi (storica dell’arte, ndr) è una veterana, dell’Accademia sa tutto, se volesse, saprebbe…».
E Carrara in genere come la trova? Come ci si vive?
«Mi dispiace per com’è ridotta. Io non sono carrarino, ma Carrara l’ho scelta, l’ho vissuta. E poi mio nonno era di Avenza, era un Vatteroni, qualcosa nel Dna ho. A Carrara ho molti amici e si chiacchiera, si discute e spesso emerge anche la mancanza di interesse da parte di chi amministra».
Mancanza di interesse o carenze?
«L’una e l’altra cosa, sicuramente anche l’incapacità di progettare cose e poi realizzarle. Devi portare gente qui! A Carrara ci vieni apposta, non è “sulla strada”. Quando al mattino scendo per prendere un caffè verso le 9 e 30, vedo negozi tutti chiusi. Non viene più nessuno a comprare a Carrara: sembra quasi che sia stato fatto di tutto e di più per creare disagi. Eppure Carrara non è Milano, si può anche gestirla bene, come si può gestire bene Massa, intendiamoci».
Ecco Massa, appunto. Ce lo fa un paragone tra Massa e Carrara?
«No! Non sono la persona più indicata. Essendo di Massa, partirei con il piede sbagliato e sarei subito criticato. Non posso dire se una sia più bella dell’altra!».
Ma un giudizio su come sono state amministrate può esprimerlo...
«Sa perché Massa è diversa da Carrara? Perché a Massa c’è stata gente capace di cambiare Palazzo civico. Massa era in mano alla Democrazia Cristiana, poi la sinistra se l’è presa. A Massa un po’ di alternanza c’è stata, a Carrara no. Io sono sempre stato una persona di sinistra, forse non sono mai stato un lottatore, ma una persona di sinistra sì. Eppure vedo che a Carrara c’è sempre e solo stato un passaggio di consegne tra l’uno e l’altro. Qui è facile farsi eleggere mentre a Massa non è così scontato. Questo è un feudo sicuro».
Lei per passaggio di consegne intende il passaggio da Pci, Ds, PdS, Pd … però abbiamo anche avuto sindaci repubblicani e lo stesso sindaco Zubbani non ha propriamente quel “marchio”.
«Sì, ha ragione, però ciò che condiziona è la cerchia… è la cerchia che sta intorno, anche al sindaco: quella non è mai cambiata. Io vorrei che Carrara fosse una città più bella, in cui chi chiede ha una risposta, mentre qui se tu chiedi, sei il rompicoglioni di turno».
Ha un sogno nel cassetto da realizzare a Carrara, vero?
«Mi piacerebbe fare una mostra dei “miei” portoni. Ho dipinto più di venti portoni e ho in progetto di dipingerne altri: portoni storici, che esistono davvero, a Carrara e qualcuno a Lucca. Mi piacerebbe che fossero ospitati a Palazzo Binelli».
Il messaggio l’ha lanciato… Le auguriamo di vederli esposti i “suoi” portoni!
44 - CONTINUA... -
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
