Il Tirreno

Caffè macchiato? Allora paghi di più

Caffè macchiato? Allora paghi di più

Su Facebook la polemica per un rincaro di 20 centesimi. Arpagaus: tutto in regola e presto anche il normale aumenterà

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MASSA. Entra in un bar a Marina e ordina due caffè: un normale per lei, un macchiato per chi l’accompagna. Sfila due euro dal portafoglio, certa che bastino, ma la cassiera le allunga lo scontrino e lei scopre che due euro per due caffè non sono sufficienti: servono altri venti centesimi. Spiccioli, vero, ma vuole capire perché quei soldi in più. Tutta colpa del macchiato - le spiegano - il latte “pesa” sul conto per 20 centesimi, appunto. L’episodio finisce su Facebook e si apre un dibattito con centinaia di commenti: qualcuno - parecchi, a dire il vero - contesta, qualcuno ammette che non sono pochi spiccioli a cambiare la vita.

Dibattito, insomma, sospeso tra analisi economica e valutazioni d’opportunità. A dirimere la controversia ci pensa chi di caffè se ne intende davvero: Paolo Arpagaus è il titolare di una della caffetteria-pasticcerie più longeve della città, in via Dante. Presiede Confesercenti e sull’episodio taglia la testa al toro: «Se nel listino prezzi, esposto nel locale di Marina, è indicata la cifra di 1,20 euro per un macchiato, non ci sono eccezioni che tengano. Il titolare ha agito correttamente». Nessuna contestazione giuridico-formale, ma anche nessuna critica per la scelta fatta: «Non mi sembra assurdo che un macchiato costi più di un normale visto l’utilizzo del latte. Piuttosto potrebbe contestare chi il caffè lo beve semplice, potrebbe, a ragione, pretendere di spendere meno degli affezionati del latte».

Arpagaus ne è convinto: chi ama la bevanda italiana per eccellenza è - parafrasiamo le sue parole - abituato male. Perché - chiarisce il presidente di Confesercenti - «il caffè ha lo stesso prezzo da quasi un decennio e in città la maggior parte degli esercizi non chiede supplemento per la consumazione al tavolo». Un euro se ti carichi con un po’ di caffeina in un battibaleno, un euro se ti accomodi, chiacchieri con un amico per una ventina di minuti e ti leggi pure il giornale.

Ma non sarà così a lungo perché in giro c’è odore di aumento e lo conferma, senza mezzi termini, proprio Arpagaus: «Ormai da sei mesi - ammette - il caffè dovrebbe costare 1,10 euro. Ma l’aumento arriverà, credo sia solo questione di giorni. Le spese per i gestori sono aumentate, ma il prezzo del caffè no. Per anni lo abbiamo legato a quello dei quotidiani e adesso i giornali sono costano di più».

Poi lancia una sfida: «Provate a trovare un altro prodotto che non subisca incrementi dal 2002?» Dal passaggio all’euro. E anche su questo Paolo Arpagaus ci tiene a fare chiarezza: «Si parla di rincari stratosferici, ma non è così: i massesi hanno pagato gli ultimi caffè con il vecchio conio 1.600 lire. Il prezzo, quindi, è passato ad un euro, circa 1.900 lire, un “salto” del 15%. Da allora nulla, neanche un centesimo in più e non è sostenibile. Non è un caso, infatti, che molti bar, complice anche la riduzione dei consumi, ripieghino su soluzioni alternative, dalle slot al servizio ricevitoria». Perché - assicura Arpagaus - un gestore guadagna sulla singola tazzina circa il 10% (10 centesimi). Deve puntare sulla quantità, quindi, ma il numero di chi si concede la quotidiana pausa al sapore di caffeina è in calo.

«Il consumatore - e così il presidente di Confesercenti conclude - non paga soltanto i 7 grammi di caffè indispensabili per una tazzina, ma l’intero servizio», dalla macinatura, all’energia elettrica, dalla lavastoviglie, all’arredo del bar, al banconista che prepara la bevanda. Dalla chiacchierata, seduti al tavolo, allo sguardo alle pagine di giornale. Insomma, per chiudere, non resta che aspettare: presto il caffè - pare deciso - ci costerà 10 centesimi in più.

Chiara Sillicani

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