Il Tirreno

Carrara e gli artisti

Marco Ravenna: Per dare una scossa ci vuole più gente “alla” Nicola Ricci

di GIOVANNA MEZZANA
Marco Ravenna: Per dare una scossa ci vuole più gente “alla” Nicola Ricci

Occasioni perse e galleristi come merce rara. Ecco come la vede lo scultore

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di GIOVANNA MEZZANA

Un artista te lo immagini pacato, riflessivo: osservatore del mondo che lo circonda. Se entri in feeling con lui, magari ti racconta anche cosa vede, senza però la prosopopea tipica dell’intellettuale “libresco”. Marco Ravenna, scultore carrarese quarantunenne, è proprio così. Lo incontriamo in piazza Alberica, davanti alla galleria di Nicola Ricci, con cui collabora da tempo.

Lei ha lavorato molto nei laboratori locali: in quali è stato?

«Alla Statuaria Arte da Fiammetta Vanelli, mi sono fermato quasi dieci anni: poi è stata presa la direzione del design ed è mancato un po’ di spazio per noi artisti; sono stato anche da Franco Barattini con Michele Massari, da Pedrini, da Monfroni, da Corsanini…».

Cioè li ha girati quasi tutti?! E ora?

«Sono al Ponte di Ferro».

E lì cosa c’è che dalla altre parti mancava?

«C’è quel clima un po’ anarchico… stimolante, e poi i ragazzi si fanno i fatti loro».

Se ne deduce che dalle altre parti i fatti loro non se li facciano: è così?

«Eh, più o meno. O meglio: intendo dire che gli altri laboratori in cui sono stato hanno un’impostazione aziendale, il Ponte di Ferro no».

Cosa ne pensa dell’ambiente dei laboratori?

«Ci sono laboratori più o meno stimolanti, ma tutti sono ambienti vivi, con artisti internazionali che vanno e che vengono, c’è grande interesse per la scultura; peccato che la gente di qui non li conosca affatto».

Al Ponte di Ferro cosa sta facendo?

«Porto avanti una mia ricerca sul figurativo».

Lei lavora con il gallerista Nicola Ricci?

«Mi dà una mano. Mi dà consigli sui materiali, mi dice se un lavoro può funzionare».

Cosa significa funzionare?

«Gli faccio vedere i mie lavori, lui me li critica, troviamo altre soluzioni».

.. che funzionino ma dove? Sul mercato? Per vendere?

«Io non vendo moltissimo. Piuttosto Ricci mi chiede quale messaggio voglio lanciare, e mi dice se quel messaggio “esce” o non esce. Se mi dice “non funziona”, io rifletto. Stando sopra ad un lavoro ci sono cose che sfuggono, e hai bisogno di un altro occhio».

Ricci è uno dei pochi, pochissimi, forse l’unico gallerista che c’è a Carrara: giusto?

«Sì. Si è fatto le ossa fuori da qui, da Cannaviello a Milano, per esempio; ha fatto mostre di artisti importanti come Luigi Mainolfi, Nicola Carrino… per citare solo due nomi. Ha in mente l’ultima Biennale di Scultura, quella del 2010, curata da Fabio Cavallucci? Fu Ricci a presentarlo alla città».

Le era piaciuta quella Biennale? È quella della “cacca” di Paul Mccarthy.

«Fu una grande Biennale anche se alcune opere erano discutibili. Costò molto e fu un evento che poteva permettersi una grande città. Fu un grande evento».

E cosa è rimasto di quel grande evento?

«Cosa è rimasto… Cosa è rimasto? Forse qualche artista che per quell’occasione è venuto a Carrara, ha conosciuto il marmo ed è rimasto agganciato a qualche laboratorio. Credo che qualcuno si sia fermato da TorArt a Fantiscritti da Tincolini o da Barattini».

Lei usa solo marmo?

«Inizialmente usavo solo il marmo. Poi i tempi sono cambiati, sono arrivati i robot e la manualità adesso non è più l’aspetto principale dell’opera. È piuttosto l’idea».

Cosa ne pensa dell’utilizzo dei robot? C’è chi prova sdegno all’idea di vederne uno...

«Nessuna macchina potrà sostituire l’idea dell’artista. E poi è come se usassimo il cavallo pur essendoci le auto!».

Tornando a Ricci, ci racconta come l’ha conosciuto?

«Tempo fa… Aveva organizzato una mostra di pittura alla chiesa del Suffragio. Io andai da lui con il mio book: sapevo che aveva una galleria a Pietrasanta di arte contemporanea».

E cosa disse del suo book?

«Tanti lavori me li bocciò, ma trovò anche qualcosa di interessante, e poi è nata la nostra collaborazione. Ricci è una delle poche persone con cui a Carrara puoi parlare di arte contemporanea; qui in molti sono rimasti legati alla scultura degli anni Cinquanta e Sessanta di Carlo Sergio Signori: se vai a Berlino, in Inghilterra, in Olanda, dove ci sono gli artisti più d’avanguardia almeno per l’arte dell’Occidente, ti accorgi che questa visione è superata».

Intende che qui non ci sono molti stimoli anche solo per uno scambio di idee?

«Carrara è una città piccola».

Ma ha una grande tradizione nella scultura!

«Io penso che a Carrara sia sempre stato concepito tutto pensando all’artigianato artistico. Una cosa è l’artigianato, una cosa è l’arte. È chiaro che da fuori prendono quel che la città dà: se offri il mercatino, chi è appassionato di arte contemporanea non viene, viene la gente che compra il mortaio (il classico mortaio di marmo, ndr)».

È questo le sembra riduttivo?

«È sempre stato così. Da qui sono passati grandi artisti, ma la maggior parte della cittadinanza e dei soggetti economici hanno sempre pensato che fosse meglio sviluppare l’artigianato artistico».

E non c’è mai stato un momento in cui si sarebbe potuto fare il “grande salto”?

«Sì, quando il Comune, dopo un periodo di sospensione, decise di rifare le Biennali; però per l’arte contemporanea ci vogliono strumenti culturali che la maggior parte della gente qui non ha. Alla fine alla città piacciono le cose così… come quella (indica gli allestimenti per Marmo Living, ndr) oppure come Marble Weeks… un occhio ce lo butto, meglio di niente… è per dare un po’ di vita alla città. Penso a quale sia l’educazione della gente, che si somma al fatto che le amministrazioni carraresi non hanno mai brillato in termini di rilancio della città. E rifare adesso le Biennali, dopo anni di stop, come si fa? È arrivata la crisi, non ci sono soldi. Dopo quella del 2010 probabilmente non se ne farà più. Non se ne parla nemmeno».

Forse avremmo dovuto conservare meglio ciò che negli anni s’era fatto con fatica e denari: ad esempio il museo all’aperto di scultura contemporanea della Padula, lasciato andare a ramengo.

«Ah! Quello è uno scandalo».

Il futuro della città dove lo vede?

«Purtroppo non lo vedo. E la mentalità diffusa, per cui ciascuno guarda al suo orticello, non aiuta. Ci vorrebbero più persone alla Nicola Ricci…».

Però non sembra preoccupato, ne parla pacatamente.

«Mi ero accorto dove si sarebbe andati a parare e avevo preso provvedimenti: un po’ di contatti fuori da qui ora li ho, e mi sono mosso per lavorare a progetti innovativi da presentare in altri contesti: qui, più di tanto, non puoi fare. Fuori da Carrara la scultura in marmo viene valorizzata di più: qui di artisti che lavorano il marmo ce ne sono tanti e va a finire che si guarda alla qualità della pietra e non all’idea».

E poi lei ha il suo lavoro da insegnante.

«Sì, ma, appunto, ci avevo pensato per tempo, anche perché è un lavoro che mi piace».

Insomma, lei è uno che si muove d’anticipo…

«Credo basti cogliere qualche segnale per capire dove va l’economia e, di conseguenza, dove vai a finire te. A me era bastato il racconto di un amico che ha un’impresa di marmo: nel 2000, di ritorno dalla Cina, mi raccontò che là aveva visto magazzini sterminati pieni, zeppi, di sculture: copie delle nostre (arte sacra, le classiche Veneri…) vendute a 100 euro, in media ad un quarto dei nostri prezzi».

Cosa farà in futuro?

«Se le cose peggiorano, potrei anche decidere di andare via, ma forse vale la pena rimane, tanti artisti arrivano qui e ci rimangono, anche se devo ancora capire il perché!».

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