Sicurezza
Il maestro Stefano Gazzillo: pronto a vendere tutto a Cucinelli
La provocazione del grande sarto che lavora a Carrara da cinquant'anni: sono pronto a insegnare il mio mestiere
CARRARA. È l’ultimo grande sarto apuano: d’adozione, perché Stefano Gazzillo è d’origini casertane e il suo accento campano l’ha conservato intonso, forse anche orgogliosamente, come la passione per il suo lavoro; decise di trasferirsi a Carrara e la sua carriera è cominciata più di cinquant’anni fa.
Non un semplice sarto. Un maestro. Fa parte dell’Accademia Nazionale dei Sartori, una vera e propria corporazione, con sede a Roma, fondata nel 1575 da papa Gregorio XIII. Non potevamo non chiedere a lui un parere sul dibattitto che si è aperto dopo la visita carrarese di Brunello Cucinelli, il re umbro del cashmere, che un anno e mezzo fa ha acquisito un ramo d’azienda della storica D’Avenza e che dice che in loco non ci sono più sarti e che non trova maestranze adeguate. Incontriamo il maestro Gazzillo nella sua sartoria. Alta sartoria, dove si realizzano abiti per uomo e per donna davvero su misura, davvero personalizzati, dal taglio alle rifiniture. È l’Atelier Gazzillo, in piazza Alberica, a Palazzo del Medico. Un luogo dove in un’atmosfera quasi trasognata, tra pareti di sale affrescate nel 1700, si taglia, si cuce, si stira, si srotolano preziosi tessuti. È in compagnia di suo nipote Niccolò: la nuova generazione. Ha un po’ di tosse il Maestro: «Venerdì sono stato a Milano – ci dice – io porto sempre il cappello e non l’avevo...»; poi scopriamo che a Milano era andato da Philippe Daverio: non ci stupiamo, Daverio – cliente affezionato dell’Atelier Gazzillo – è uno dei personaggi più eleganti in assoluto del piccolo schermo.
Maestro, Cucinelli dice che a Massa Carrara s’è persa una cultura sartoriale e che dovrà ricostruirla pezzetto per pezzetto: lei cosa ne pensa? «Qui la cultura sartoriale non c’è mai stata. C’era quella industriale per la presenza dell’Abital diventata poi D’Avenza; questa zona non è mai stata disponibile a tenersi le grandi sartorie. Sembra ci sia insomma un po’ di confusione tra manifattura industriale dell’abito e sartoria “vera. Tu leggi ovunque “abiti su misura”, “abiti sartoriali” ed è una presa in giro».
Cucinelli comunque dice che qui non trova sarti… «Chiariamo: per l’industria i sarti non servono».
E cosa serve? Le operaie alle macchine? «Sì. Quante macchiniste servono per fare un pantalone? Quindici donne? Bene. Creare una macchinista è come creare un numero: ognuna poi farà il suo pezzettino. E per incollare i pezzi non servono i sarti. Se invece voglio una donna che mi sa fare l’intero pantalone, allora quella la devo creare in sartoria, non nell’industria».
Cucinelli dice che manca una nuova generazione con competenze adeguate, tant’è che il presidente della Regione Rossi gli ha proposto voucher da 3-4.000 euro a giovane che si iscrive a un corso di formazione. Può essere un inizio? «I voucher? Bella risposta. Cucinelli i sarti non li trova però intanto i soldi li prende lo stesso. Io qui anche recentemente ho avuto ragazze che avevano già fatto corsi di formazione e non sapevano attaccare un bottone. Nella mia sartoria siamo in sei: me li sono formati tutti e non ho mai preso un euro. Ora se prendo una ragazza, mi impongono di insegnarle per ore e ore in tempi ristretti: questo è un mestiere “lungo”, non si impara dall’oggi al domani; il professore a scuola insegna alla lavagna, se stai attento e capisci buon per te, questo invece è un mestiere per cui devi andare vicino all’allievo, devi legargli il dito dove va il ditale; e poi c’è tutta questa burocrazia, documenti e documenti da firmare… e poi devi pagarli: dove esiste che il maestro paga l’allievo? È chiaro che nessuno prende più un giovane per insegnargli il mestiere; e poi, scusi, chi andrebbe ad insegnare a questi corsi di cui dice la Regione? Sono comunque convinto che se si lasciano stare i corsi e si mette su una scuola seria di sartoria si trovano giovani, uomini e donne, che vogliono imparare». «Glielo dico io. Cucinelli dovrebbe venire a visitare la mia sartoria: io la D’Avenza la conosco, lui la mia sartoria no. Mi chiama, viene qui e compra tutto: sono disposto a vendermi anche “il mio”. E così facciamo una bella scuola. Glieli creo io sarti e operai».
Ma dice sul serio? Gli venderebbe tutto? «Dico sul serio. Io a Cucinelli (che mi piace anche come persona, ha creato un impero e non si dà neppure arie) sono pronto a mettergli a disposizione tutto. La sartoria intera. E finché avrò vita, insegno: questo tempo che mi rimane da vivere lo dedicherei volentieri ad insegnare. E poi c’è mio nipote Niccolò, 28 anni, è entrato qui nel 2007, è quasi sarto ed è già in grado di insegnare e può continuare ad essere responsabile di sartoria. E poi c’è mia nuora Donatella, è più di trent’anni che è con me e nelle rifiniture, che sono la parte più importante del capo, è il massimo: è la perfezione. Noi facciamo puntini su puntini. Puntini ovunque».
Il progetto di Cucinelli è proprio quello di creare un polo di altissimo artigianato. «Per fare l’alto artigianato ci vuole la gente come me. Come mio nipote. Cucinelli sogna la grande confezione? Sogna la grande sartoria? E qui la può ottenere. Ogni anno sforniamo alti operai: e una ragazza che viene qui ad imparare l’anno dopo può insegnare. Viene e si prende la sartoria così “come sta”. Lo vede quanto è grande? Qui ci stanno tranquillamente venti donne. Io glielo dico convintamente».
Se Cucinelli vede la sua sartoria, se vede questo palazzo probabilmente se ne innamora, lui che è un grande estimatore del bello. «E poi un domani se la può utilizzare anche come atelier, come show-room. Quando c’era mio figlio Michele (morto tragicamente in un incidente nel settembre ’99, ndr) qui abbiamo fatto grandissime sfilate con modelle da tutto il mondo. Guardi, secondo me è proprio ciò che Cucinelli cerca».
Secondo lei, insomma, sarebbe realizzabile?«Certamente. Dipende solo da Cucinelli. E poi io ho dei colleghi che sarebbero disposti a mollare tutto per venire ad insegnare. Ne ho già parlato con loro. E loro mi hanno risposto che sono disponibili. Ovviamente questa non è gente che viene per essere pagata con la paga sindacale. «Insomma, basta che mi telefoni. Io sono qui».
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