Il Tirreno

Nadia Bellè, docente universitaria sull'interruzione di gravidanza: nessuno può scegliere per noi

di Sara Lavorini
La dottoressa Nadia Bellè
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La dottoressa Nadia Bellè

Una battaglia per i diritti cominciata anni fa

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MASSA. La dottoressa Nadia Bellè, docente dell’ Università degli Studi di Firenze, l’introduzione in Asl della pillola RU-486, l’ha chiesta più volte. È lei ora a spiegare il perché: «Il 30 luglio 2009 la RU-486 viene approvata dall’Aifa, Agenzia italiana del farmaco, con 4 voti favorevoli su 5. Dal 10 dicembre 2009, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’autorizzazione all’immissione in commercio, la RU-486 entra definitivamente a far parte dei farmaci utilizzabili in Italia, ben 22 anni dopo la commercializzazione in Francia.


Quindi si trattava solo di allineare il nostro paese alle altre nazioni per evitare di continuare a penalizzare le donne italiane. Infatti la RU-486 nel 1990 fu autorizzata in Gran Bretagna e, un anno dopo, in Svezia. Dal 1999 la pillola viene ufficialmente commercializzata in Germania, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Grecia e Paesi Bassi, Svizzera, Israele, Lussemburgo, Norvegia, Tunisia, Sudafrica, Taiwan, Nuova Zelanda e Federazione russa. La RU 486 - aggiunge al dottoressa Bellè - è un farmaco a base di mifepristone che è stato aggiunto alla lista dei farmaci dall’Organizzazione mondiale della Sanità. La somministrazione del farmaco causa l’interruzione della gravidanza già iniziata con l’attecchimento dell’ovulo fecondato.


Lavorando con ragazze e ragazzi in età adolescenziale, lo scorso anno è capitato di essermi dovuta rivolgere al consultorio dell’ Asl di Massa per avere informazioni relative ad un interruzione di gravidanza e chiedendo chiarimenti sull'interruzione chimica mediante la RU-486 ci è stato riferito che la prescrizione poteva essere fatta entro la settima settimana ma non la somministrazione, perché nella nostra Asl ancora non era stato attivato il protocollo. A questo punto, conoscendo le situazioni degli altri paesi e anche di alcune altre province della Toscana, per non parlare di altre regioni, mi sono attivata sui quotidiani locali, cercando di coinvolgere anche altre donne e associazioni del territorio, per manifestare in favore di un diritto costituzionale, che avrebbe consentito l'accesso a un metodo abortivo “meno invasivo”.

Ma i dibattiti infuocati - continua Nadia Bellè - hanno fatto emergere il malinteso cattolicesimo del nostro paese, come dimostra l’abnorme numero dei medici “obiettori di coscienza”, aprendo un clamoroso conflitto di diritti: da una parte il diritto della donna, sanzionato dalla legge, dall’altra il diritto a rifiutarsi di appllicarla.
Prendendo sempre la Francia ad esempio, lì le statistiche parlano chiaro: da quando si utilizza la RU-486 le complicazioni post-aborto sono diminuite. Ci sono voluti secoli perché la "questione femminile" si imponesse come questione sociale e che i diritti della donna divenissero la cartina di tornasole sulla quale misurare i diritti di cittadinanza di cui tutti dovrebbero godere.


Diamo per scontato - prosegue la dottoressa Bellè - a nostra volta figlie e nipoti dei movimenti femministi, che le conquiste ottenute siano per sempre; che l’impegno per assicurarne il mantenimento e l’agibilità possa essere messo in soffitta. E non ci accorgiamo che le libertà conquistate stanno traducendosi in un nuovo conformismo sociale delle adolescenti indotto dalla società dei consumi e veicolato dal sistema mass-mediatico.
In realtà, la lotta - che di questo si tratta - per l’affermazione di una reale uguaglianza di genere non è mai finita. Per questo ho difeso e difendo la possibilità di accedere all'interruzione di gravidanza, perché ne va dell’autodeterminazione nell’uso del corpo, ma soprattutto perchè è l’unica possibilità che esiste, in uno stato civile, per garantire il rispetto delle donne e nessuno può arrogarsi la facoltà di dare giudizi etici e morali nascondendosi dietro ad uno stolido cinismo».
 

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