Gioco
Carrara è una cava polverosa ma alla fine sono sempre qua: Emiliano Moretti, “Il Morino” si racconta
CARRARA. È una delle mani più ricercate di Carrara per creare opere d'arte. Salta da un laboratorio all'altro rimanendo sempre «all'ombra dei robot, delle persone, delle cose», come lui stesso si definisce. Ma nella strana frenesia dell'artigianato contemporaneo, riesce anche a ritagliarsi il tempo per le sue sculture. Sculture che non sono facili da definire: forme organiche o «esserini» che poggiano su quattro zampe, nelle quali ognuno alla fine può vederci ciò che vuole. È Emiliano Moretti, scultore livornese, classe 1976, conosciuto da tutti semplicemente come il Morino.
È arrivato a Carrara nel 1996 per iscriversi all'Accademia di Belle Arti e da allora non è più tornato a Livorno. Lo incontriamo, per il nostro salotto letterario domenicale con gli artisti della città, nel laboratorio Petacchi, a due passi dalla “curva del presepe in marmo” sulla strada per Bedizzano: quello che da fuori sembra un vecchio capannone abbandonato ma che dentro nasconde un micro mondo pieno di vita: blocchi di marmo, scultori al lavoro sulla pietra, il rumore dei flessibili e dei martelletti, la polvere. Il mondo degli scultori carraresi. Ci viene incontro sorridente e ci accompagna nel suo angolo da lavoro. «Questa è la mia base – spiega – ma a volte, visto il carico di lavoro, riesco a venirci solo a orari improponibili, dalle 17 alle 19, quando tutto intorno si ferma».
Moretti, lei adesso è uno degli scultori più ricercati nel territorio. Ha creato sculture per l'artista giapponese Wangechi Mutu e collaborato alla realizzazione della Cava dei poeti, anfiteatro in marmo a Campocecina ideato da Marco Nereo Rotelli. Quando è venuto a Carrara, però, non aveva nemmeno intenzione di lavorare il marmo, giusto?
«Esatto, era l'ultima cosa che avevo in mente di fare. Preferivo piuttosto la pittura, il corso in decorazione. Ma poi a Carrara è inevitabile farsi rapire dal marmo. Qui o fai marmo o fai marmo. E così è iniziata la mia penitenza (ride, ndr)».
Quindi non è amore quello che lo lega alla pietra?
«Certo che è amore. Ed è proprio per questo che parlo di penitenza. Lavorare il marmo è faticoso, distrugge fisicamente: ogni colpo che dai alla pietra è un colpo che dai a te. Però c'è anche l'altra faccia della medaglia, ossia che con il la scultura e il marmo ci sono molte più possibilità rispetto alla pittura. A Carrara, s'intende. Da qui girano tutte le commissioni del mondo, anche se negli ultimi anni sono calate. Certo, poi ci pensa il sistema del lavoro italiano a rovinarti».
Soprattutto se sei un lavoratore autonomo...
«Che però è l'unica forma di lavoro che c'è oggigiorno. Io ho aperto la partita Iva nel 2002 perché, avendo fatto diverse stagioni estive come guardia giurata per pagarmi gli studi, avevo capito che non sarei mai riuscito a sopportare un lavoro da dipendente. Mi piace essere indipendente, non essere vincolato a orari o giorni prestabiliti. Ma mi sono reso conto presto che in realtà, con il lavoro autonomo, sei semplicemente schiavo di te stesso. Ed è ancora più massacrante perché non hai garanzie. Il brutto è che oggi è impensabile una qualsiasi forma di contrattu. alizzazione».
E la soluzione qual è?
«Fare i bagagli e andarsene dall'Italia. Anch'io ho il passaporto sempre pronto per partire. Ma poi c'è sempre qualcosa che ti tiene legato qui».
Cosa?
«Mah, è difficile dirlo. Io e mia moglie parliamo spesso di spostarci anche solo a Pietrasanta, dove lei lavora, perché Carrara alla fine è una grande cava, sporca e maltrattata. Notiamo poi che non c'è nemmeno l'intenzione di tenerla bene, perché a quel punto, se fosse un gioiellino, gli imprenditori del marmo non potrebbero più fare i loro comodi. Pietrasanta invece è più vivibile, anche solo per le passeggiate la domenica o per le opportunità che potrebbe avere un bambino. A Carrara non solo non ci sono teatri e cinema, come ormai è noto, ma non ci sono nemmeno gli uffici essenziali a un cittadino. Anche l'Enel se n'è andata. Ma alla fine vivere a Carrara è più conveniente: le case costano meno e si passa sopra al fatto che sia messa peggio. Ci si abitua a tutto. Certo, tutto questo ha anche il suo lato positivo. Qui (ironizza, ndr) puoi prendere un flessibile metterti in mezzo alla strada a spaccare un blocco di marmo e nessuno ti dice niente. Puoi andare in giro sporco pieno di polvere con gli occhi bianchi e nessuno ti dice niente. A Pietrasanta sarebbe inimmaginabile».
Sua moglie è mosaicista. È proprio vero che gli artisti frequentano gli artisti...
«Effettivamente anche i miei amici sono tutti scultori. A Carrara c'è una forma di solidarietà inconscia fra gli scultori e gli artisti che vengono da fuori. Ci si conosce tutti, sappiamo di essere tutti sulla stessa barca e allora ci aiutiamo a vicenda. Così si stringono legami e instaurano amicizie, che generalmente nascono dall'Accademia».
È soddisfatto del suo percorso di studi in Accademia?
«Sì, anche se la mia vera scuola poi è stata il fuori: i laboratori».
Crede che ci sia un laboratorio migliore degli altri dove imparare il mestiere?
«No, ognuno dà qualcosa. Al laboratorio Sgf di Torano, ad esempio, impari a fare forme geometriche perché hanno lavorato tanti anni con Max Bill (architetto, pittore, scultore, designer e grafico svizzero, ndr) che è matematica pura. Da Nicoli invece ti puoi specializzare più nel figurativo. Si impara lavorando a stretto contatto con gli artigiani, sempre che tu riesca a rompere i loro muri».
Muri?
«Il punto è che non tutti sono disposti a insegnarti. Custodiscono gelosamente la proprio tecnica».
Un po' come il cuoco che non vuole rivelare l'ingrediente segreto della ricetta.
«Sì, ma questo crea una divisione, una competizione sfrenata fra tutti».
Lei nel 2003 ha partecipato a uno degli ultimi Simposio organizzati dal Comune. Che ricordo ha?
«Quell'anno si tenne in piazza Alberica, davanti al teatro Animosi. Ricordo che pagarono bene, ma per il resto l'organizzazione fu pessima. Nei Simposio di solito si organizza un pranzo in comune che è un grande momento di socializzazione, e invece quell'anno mancò completamente anche questa forma di socializzazione. Gli scultori non interagirono. Non ci fu nessuno scambio di culture e conoscenze tra di noi. Gli organizzatori fecero tantissime foto, che io non ho mai visto, e un catalogo tutto in bianco in nero. Quindi se è questa la qualità, è un bene che non ne facciano più. Dovrebbero essere gli artisti stessi a organizzare eventi. Il Comune da organizzatore potrebbe diventare finanziatore. Ma i fondi alla cultura vengono falcidiati di anno in anno: anche questa è l’Italia. Così tutto lentamente muore in città».
A Livorno c'è più vita?
«Eh sì, decisamente».
Le manca un po' ?
«Un po', ma quello che mi manca di più è il mare».
Ma qui c'è il mare!
«Mah, non so come si possa definire mare questo. Quel poco di spiaggia rimasta libera ha l'acqua che non invita certo a fare il bagno. La scorsa estate ho pensato più volte di andarci, ma c'era sempre il divieto di balneazione (nell'estate 2014 l'Arpat ha rilevato più volte sforamenti dei parametri di escherichia coli, ndr).
Però per il momento non ha intenzione di lasciare Carrara, vero ?
«Come dicevo se ne parla tanto, ma sono solo parole. Per il momento cambio solo casa».
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