Sicurezza
Lesioni e maltrattamenti alla moglie di fronte ai figli
MASSA. Il manico di scopa usato per richiamarla “all’ordine”, un ematoma grande come un polpaccio. Le offese continue, l’accusa di essere oggi una mamma menefreghista, domani una mamma oppressiva....
MASSA. Il manico di scopa usato per richiamarla “all’ordine”, un ematoma grande come un polpaccio. Le offese continue, l’accusa di essere oggi una mamma menefreghista, domani una mamma oppressiva. Continue umiliazioni, pressioni psicologiche, violenze verbali. Fino alla degenerazione peggiore: le botte. Quando convivono e lei cerca di salvare il rapporto per il bene dei loro bambini (è proprio a tutela dei piccoli che non facciano nomi), quando, invece, la donna se ne va e iniziano le pratiche di separazione. Situazioni diverse, ma stesse reazioni.
Ieri, in aula, di fronte al giudice Fabrizio Garofalo, parla la vittima, giovane madre massese, e ricostruisce tutta la vicenda, dalle prime avvisaglie agli episodi che fanno traboccare il vaso e la costringono a lasciare casa: «Ogni pretesto era buono per offendermi, per inveire contro di me. Non avevo la forza per reagire, non riuscivo ad andare al pronto soccorso e farmi refertare, tanto meno denunciare. Temevo che potesse fare del male a me o ai bambini».
Le aggressioni - almeno quelle verbali - continuano anche quando la ragazza rimane incinta per la seconda volta: una pressione psicologica che la distrugge. «Avevo una gravidanza difficile, avrei avuto bisogno di tranquillità, invece nulla». E quando il bimbo nasce, tutto peggiora: «Ho iniziato ad avere frequenti attacchi di panico, stavo malissimo». Ma sono proprio quegli attacchi a salvarla perché la costringono a rivolgersi ad una psicologa: «Mi sono fidata, dopo un paio di sedute mi sono lasciata andare, ho raccontato delle botte alla gamba con il manico di scopa». Botte, appunto, eppure lei tenta ancora di salvare il rapporto, fino a quella terribile sera: «È andato su tutte le furie perché durante una cena avevo sorriso con un’amica e un compagno che non vedevo da mesi». Arrivati a casa, la alza di peso dal letto e per un quarto d’ora infierisce con calci e pugni. È allora che lei si fa forza e se ne va: ma anche dopo la separazione continua la “persecuzione”. «Telefonate a raffica, messaggi di minaccia, morsi, spintoni». Quasi sempre di fronte ai figli piccoli. E la storia sfocia in una denuncia e in un processo con un quarantenne alla sbarra per maltrattamenti in famiglia e lesioni. Durante la prossima udienza saranno ascoltati i testimoni dell’accusa e della parte civile. (c.s.)
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