Il Tirreno

Carrara e gli artisti

Andrea Pucci, dal Carnevale di Viareggio all'Accademia di Belle arti

di Giovanna Mezzana
Andrea Pucci
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Andrea Pucci

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CARRARA. Cosa c’entra la cartapesta con le autogru? C’entra. Nella zona industriale c’è un’officina, l’officina Pft. Nel piazzale ci sono autogru e veicoli per il trasporto eccezionale: ma, nascosto, in un angolo del capannone, c’è un corridoio che dà su di uno stanzone: qui – meraviglia – vengono create grandi maschere che ogni anno sfilano al Carnevale di Viareggio. Nessuno lo sa. Questo è il regno (creativo) di Andrea Pucci, giovane artista, laureato all’Accademia di Belle Arti da pochi giorni con 110 e lode e abbraccio accademico: viareggino di nascita ma con radici apuane, nipote di Mario Del Sarto, lo scultore di Mortarola, quello della montagna-atelier a cielo aperto, del presepe di marmo, delle sculture un po’ naif dedicate alla fratellanza tra i popoli.

A lui magari la definizione non piace neppure, ma Andrea è un enfant prodige: poco più che bambino già realizzava splendidi lavori in cartapesta. Tutto da solo: con il solo aiuto del padre Franco ma per ciò che riguarda le saldature. A 25 anni ha già tutte le carte in regola per diventare un carrista di razza: un carrista di uno dei Carnevali d’Italia. Chiacchieriamo con lui mentre abbiamo puntati addosso gli occhi di Matteo Renzi, di Lapo Elkann e di Renato Zero. In cartapesta, ovviamente. È giovanissimo, ma ci sembra di parlare con un Maestro: cioè con colui che ha la dote di aprirti un mondo (di conoscenza e di emozioni) con una parola o con un gesto, con un tratto di matita o con un tic.
Era un ragazzino e già calcava il viale a mare di Viareggio: questo è talento!
«Talento? No! Il risultato è frutto di tanti fallimenti».


Ci racconta l’esordio?
«A 13 anni e mezzo feci il primo bozzetto. La prima costruzione venne rifiutata, ma partecipai lo stesso, fuori concorso, perché un costruttore se ne prese la responsabilità. Era il 2004. Si chiamava “Sforza Italia” ed era un Berlusconi seduto sul wc. L’anno dopo, nel 2005, entrai nella categoria “maschere isolate” (cioè un unico pezzo, portato a spalla da una sola persona). E poi è stato un excursus: il primo anno sono arrivato ultimo, l’anno successivo quinto e poi otto volte sul podio: tre volte terzo, tre volte secondo, due volte primo».
L’ultima volta che ha vinto nella sua categoria?


«Nel 2014, con “Don Matteo Renzi” (un grande Renzi che sovrasta un piccolo Bersani, ndr). Ho avuto anche il Premio della Critica, che viene assegnato dalla stampa: è stata la prima volta in 143 anni che questo premio è stato assegnato ad una maschera isolata (e non ai grandi carri allegorici); certo, ho avuto anche un po’ di fortuna perché durante la prima sfilata Renzi è diventato presidente del Consiglio!».
Lei ama consegnare di persona le sue maschere ai personaggi che “chiama in causa…”. Ci racconta qualche episodio con vip locali?


«Nel 2010 con “Basta un poco di Zucchero”. Avevo fatto una Mary Poppins che offriva una tazza di caffè da cui usciva una testa di Zucchero (Fornaciari, ndr). Sono andato a casa sua, ad Avenza, dalle parti della stazione. Ho suonato, ma non l’ho trovato. Gli ho lasciato foto della caricatura, foto del bozzetto e l’invito al Carnevale. E lui dopo due settimane mi ha chiamato! Mi ricordo perfettamente: era il 21 ottobre 2010 alle 12 e 56 minuti. Era il mio primo giorno di Accademia! Mi ha chiamato con “numero privato”; me lo sentivo che era lui: chi è che del resto mi chiama con il numero nascosto? Insomma mi ha detto: “se non sono in America a registrare il mio album, mio figlio Blue si divertirà moltissimo!”».


E così ha fatto, è venuto. Il Carnevale di Viareggio le ha dato grandi soddisfazioni…
«Sì. Non lo lascio perché è un amore forte, grande, anche se più vado avanti e più mi accorgo che non c’è alcuna sicurezza».
Con la cartapesta si sbizzarrisce, però all’Accademia ha studiato scultura, e quando a Carrara si dice scultura si pensa subito al marmo.
«Ho lavorato anche il marmo, però con il marmo devi togliere mentre con la carta devi aggiungere. Io preferisco aggiungere: con la carta il risultato finale è frutto dell’aggiungere; la carta a calco presuppone che tu debba modellare un prototipo in argilla, poi che tu ci faccia il gesso e poi che ci premi dentro la carta, detto in maniera semplificata».


Lei ha una dote, di suo, di partenza, ma questi anni all’Accademia quanto formativi sono stati?
«Io ho fatto quattro anni di modellato, di copia dal vero, di figurativo con Aron Demetz e l’ultimo anno, con Luciano Massari, che mi ha dato un’infarinatura concettuale diversa. Sono stato fortunato ad avere questi due professori: Demetz, altoatesino che lavora il legno; Massari, carrarese, che scolpisce il marmo; due prof diversissimi che ti danno entrambi qualcosa in più. Sì, ti formano. E poi c’era Piero Marchetti, allievo di Floriano Bodini: bravissimo! Fumasse un po’ di meno...».


Com’è l’ambiente dell’Accademia?
«Io mi sono trovato bene. Se hai voglia di imparare, impari. Devi metterci del tuo, devi battere, devi dare anche noia ai professori, che però sono competenti, sono alla mano e non se la tirano».
Gli spazi per i laboratori di scultura a Monterosso e alla Padula sono adeguati?
«C’è qualche pecca. Andrebbero ristrutturati, ma sono invidiabili. E uno degli aspetti che vale di più è il dialogo con gli studenti più adulti: non sei all’Università di Pisa, dove una volta terminata la lezione tutti prendono e se ne vanno, qui rimani, e c’è chi disegna, chi dipinge. È un po’ come quando al liceo, a fine anno, il preside Gino Cappé ci augurava “buone vacanze creative”: un artista del resto è sempre occupato anche quando non studia o non lavora, pensa, immagina e progetta 360 giorni l’anno».


In questi anni di studio all’Accademia avrà vissuto la città: come trova Carrara?
«Carrara ha questo aspetto molto grazioso di città all’antica: ha dei vicoli di una bellezza incredibile, in cui si respira un’aria di una Carrara vecchia che forse è assai migliore di quella di una Carrara nuova».
C’è un posto in particolare che le piace?
«Sì, da piazza D’Armi, le scalette che scendono e che portano alla stradina dove c’è la chiesa e la vecchia sede della biblioteca: lì sulle scalette c’è quell’albero che si contorce, è bellissimo».
E la gente com’è?
«Purtroppo le persone sono abituate a vivere in un piccolo paese e la mentalità è quella di paese. Punto. Come del resto a Viareggio; anzi, a Viareggio forse è anche peggio. Non è un’accusa. È un dato di fatto. A mio parere ci vorrebbe più autocritica e una riflessione più oggettiva: si denigra sempre tutto, si dà contro a qualsiasi cosa».
Torniamo all’Accademia. Lei è molto affezionato al “suo” ateneo. Il mandato del presidente Simone Caffaz termina a maggio: chi vorrebbe vedere prendere il suo posto?
«Una persona di Carrara che sia vicino all’Accademia».


Un carrarese, quindi.
«Sì, ma non un carrarese con il marmo nelle vene, che sarebbe come un viareggino coi coriandoli nel sangue, e cioè una rovina».
Ma un politico, un industriale?
«Un politico sicuramente no, meglio un industriale perché sa relazionarsi, sa muoversi con le banche: oggi i problemi sono soprattutto economici e per la cultura, in particolare, non è certo un periodo roseo. Nessuno ha la bacchetta magica, ma è tutto migliorabile: anzi, non sputiamo su quello che abbiamo; io conosco studenti di altre Accademia, parliamo, e mi rendo conto che altrove la situazione è ben diversa rispetto a qui. Se all’Accademia di Carrara si iscrivono decine e decine di studenti stranieri e di cinesi in particolare, qualcosa vorrà dire. C’è il nome, c’è una base, e senza le fondamenta solide non si va da punte (ogni tanto gli esce un po’ di toscano, ndr) parti. Ci vorrebbe insomma un industriale spalleggiato però da qualcuno “dentro” l’Accademia che lo metta al corrente delle necessità, dei bisogni».


E una persona “di cultura” ce la vedrebbe? Qualcuno ha fatto il nome di Daverio.
«Daverio mi piace molto, sto leggendo un suo libro; ha un nome, ha competenza. Ma anche Sgarbi, perché no? Un po’ di irriverenza non guasta. Oppure Achille Bonito Oliva: ho assistito ad una sua conferenza durante Marble Weeks: è notevole! Come nome, come esperienza, come biografia. O Dario Fo: sarebbe bello averlo a Carrara, lui è un apice della cultura italiana. Purtroppo però la politica qui c’entra parecchio: chi si troverà ad occupare quel posto dovrà fare i conti con la politica. E allora, quasi quasi, penso a Benigni!» (e Andrea ci mostra le foto del suo ultimo lavoro per il Carnevale di Viareggio: “Perdete ogni speranza o voi che entrate; si è piazzato al secondo posto nella categoria “maschere isolate”, è un grande cono in cartapesta che rappresenta un inferno roccioso e dantesco; ad ogni girone, un politico: Grillo, Vendola, Berlusconi, Renzi, tutti sovrastati da Benigni che sta persino sopra il Diavolo).
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