Il Tirreno

Cancellati i beni estimati «Ma ora aspettiamo i fatti»

di Giovanna Mezzana
Cancellati i beni estimati «Ma ora aspettiamo i fatti»

Gli imprenditori promettono ricorsi a raffica: «Arriveremo a Bruxelles» E gli ambientalisti: «Si poteva fare anche prima, attenzione alle scappatoie...»

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CARRARA. E anche a questo giro la musica cambierà poco o non cambierà affatto. C’è una legge regionale fresca fresca – approvata ieri pomeriggio – dal potenziale “sovversivo” che, dopo centinaia di anni, toglie le cave ai privati per riportarle in pancia al pubblico: embè? Tutta teoria: è il parere diffuso all’ombra delle Apuane. Quando dalle parole (scritte nella legge) si passerà ai fatti, vedremo bolle di sapone. Lo pensano gli imprenditori, che tuonano promettendo carte bollate e sono certi di vincere. Ma lo pensano ex amministratori e ambientalisti, per i quali questo è un film già visto.

L’imprenditore. Franco Barattini è proprietario di cava: «Ma insomma – si domanda – io ho comprato un bene estimato, ho investito 2-3 milioni di euro e ora arriva il politico e mi dice “quel che è tuo ora è nostro”? Ma dove esiste una cosa del genere? Allora devo pensare che il notaio mi ha fregato? Lo rivuoi? Ok. Mi paghi quanto l’ho pagato io. Con gli interessi. Posso capire se parliamo delle cave in concessione: le sfrutto 20-30 anni e te le ridò, ma per il resto no, eh!». Barattini è un fiume in piena: «Secondo me chi ha fatto questa legge – continua – non conosce il territorio e non conosce il mestiere. Cosa succede adesso? Non cambierà niente: noi faremo ricorso, vinceremo, ma dovremo spendere un sacco di soldi di avvocati, andare a Bruxelles, eccetera».

L’ex sindaca. Emilia Fazzi Contigli è stata sindaco di Carrara dal ’94 al ’98: lei sì che ci provò a metter mano nel pianeta cave, dalla viscosa questione dei beni estimati a quella minata della tassazione. Alla sua giunta fece scrivere un regolamento degli agri marmiferi che fissava un punto di non ritorno: un canone calcolato "in relazione al valore di mercato del marmo prodotto ed esportato dalla cava". Per qualcuno, una bestemmia davanti all’altare. Le chiediamo: se questa legge fosse arrivata venti anni fa, oggi le cose starebbero diversamente? «Ma che domanda è? La vita facile ce l’ha chi non fa niente – ci risponde – La battaglia in questo territorio è difficile. Io la mia battaglia l’ho fatta. E l’ho persa. Non s’era capito che chi sarebbe venuto dopo di me, Segnanini, Conti, Zubbani, sarebbe arrivato per ristabilire l’ordine precedente?»

Per chi non lo ricordasse: quel regolamento venne sì approvato, la Fazzi Contigli venne fatta fuori politicamente, e la giunta Segnanini cambiò radicalmente il regolamento nel 2002, narcotizzando alcune prescrizioni che la legge regionale del ’98 aveva intanto introdotto, e che andavano nel solco tracciato dalla sindaca. «Chi vuol capire – conclude la Contigli – ha gli elementi per capire». Come dire: se davvero qui ci fosse stata la volontà politica di cambiare le cave, c’era bisogno di attendere un’altra legge regionale che spodesta i feudatari?

Il sindacalista. Giacomo Bondielli è il segretario generale della Filca Cisl apuana: «Se parliamo di beni estimati – puntualizza – non pensiamo che questa legge possa portare ricadute in termini occupazionali: né in positivo, né in negativo. Piuttosto la questione è un’altra: abbiamo un materiale unico al mondo, vogliamo impiegarlo o no per avere una ricaduta economica, reale, in loco?».

Gli ambientalisti. Riccardo Canesi, anima ambientalista, alla fine degli anni Novanta fu capo della segreteria del ministro dell’ambiente Edo Ronchi: «Meglio tardi che mai – dice – Finalmente è stata rimossa una norma “medioevale” anche se risale al 1751. L’auspicio è che questi beni rientrino davvero nelle disponibilità del Comune senza che si trovi qualche altra scappatoia giuridico-legale». Mario Venutelli, Italia Nostra: «Finalmente arriva la cancellazione dei beni estimati che però lascerà il tempo che trova se non ci sarà una gestione davvero pubblica del bene. E comunque, proprio sui beni estimati, non era necessario aspettare una legge regionale, bastava il parere, che già c’era, della Consulta».

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