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Ilaria Cucchi: «Mio fratello ucciso nelle mani dello Stato»

Ilaria Cucchi: «Mio fratello ucciso nelle mani dello Stato»

PONTREMOLI. «Per cinque anni non ho pianto. Perché piangere voleva dire fermarsi. Ed invece dovevo continuare per ricostruire pezzo dopo pezzo i brandelli di verità sulla morte di mio fratello»....

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PONTREMOLI. «Per cinque anni non ho pianto. Perché piangere voleva dire fermarsi. Ed invece dovevo continuare per ricostruire pezzo dopo pezzo i brandelli di verità sulla morte di mio fratello». Neanche la sera scorsa a Pontremoli, di fronte al pubblico presente nella sala del ‘400 del Palazzo Comunale, Ilaria Cucchi ha pianto, benché varie volte le ciglia le venivano inumidite dal ricordo straziante del fratello.

Un incontro organizzato dalle “Donne del Pd” che hanno festeggiato l’8 marzo con la presentazione del libro “Quando hanno aperto la cella” con l’intervento del senatore Luigi Manconi (autore del libro assieme a Valentina Calderone) e l’avvocato della famiglia Cucchi Fabio Anselmo. Un libro che porta alla luce le storie di persone che sono entrate in prigione, in caserma o in un reparto psichiatrico e ne sono uscite senza vita. Ricostruisce vicende processuali tormentate, in cui la tenacia di familiari e avvocati si è scontrata con opacità, omertà e, a volte, coperture istituzionali. La presenza di Ilaria Cucchi è stata centrale nell’impostazione dell’incontro che si è soffermato in maniera particolare sul caso di suo fratello Stefano, una vicenda che ha scosso tante coscienze ed è stato spesso al centro della cronaca giudiziaria e politica. «Noi abbiamo visto Stefano uscire una sera – ricorda ancora Ilaria – e lo abbiamo rivisto sei giorni dopo morto. In quei sei giorni c’è un buco di omertà che stiamo provando a ricostruire mattone su mattone».

E sulla recente sentenza di Cassazione che ha assolto tutti gli imputati Ilaria è spiazzante: «Abbiamo vinto. Può sembrare una pazzia un paradosso ma abbiamo vinto. Perché oggi è una realtà accettata da tutti che Stefano è entrato in mano allo Stato e ne è uscito morto dopo avere subito delle violenze atroci». Parla esplicitamente di omertà l’avvocato Anselmo. E un altro paradosso lo ha offerto Manconi: «Le famiglie di queste persone hanno dimostrata una ferma e assoluta fiducia nella giustizia, nonostante tutto. Oggi dobbiamo essere noi a farci carico di portare avanti la battaglia perché venga fatta giustizia sul caso di Stefano e sui tanti casi di persone affidate alle mani dello Stato e che non sono più tornati”. (r.s.)

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