Il Tirreno

Cave al Comune, ora è davvero fatta

di Cinzia Chiappini
Cave al Comune, ora è davvero fatta

Via libera al progetto di legge regionale, cancellati i beni estimati che tornano a far parte del patrimonio pubblico

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CARRARA. Cave al Comune, ora è davvero fatta. La commissione Sviluppo del consiglio regionale toscano ha approvato gli articoli della riforma della legge 78/98 che riguardano i beni estimati: tra sette anni saranno messi a gara pubblica a meno di investimenti sulla filiera locale. «Martedì e mercoledì il passaggio definitivo al vaglio dell’assise» conferma il consigliere regionale del Pd Loris Rossetti.

Il comune di Carrara potrebbe incassare di qui a qualche giorno la tanto auspicata “copertura giuridica” della Regione Toscana sul tema dei Beni Estimati: ieri mattina, la commissione Sviluppo del consiglio regionale presieduta da Rosanna Pugnalini (Pd) ha approvato la riforma degli articoli dal 31 al 38 della legge regionale 78/98 sulle attività estrattive.

A dare l’annuncio è il consigliere regionale Loris Rossetti (Pd), che ha commentato con soddisfazione l’esito della commissione: «E’ andata bene, martedì e mercoledì la riforma arriverà in aula». Gli articoli “riformati” approvati ieri mattina riguardano esplicitamente i cosiddetti beni estimati: nella revisione, la commissione, ha dato il suo avvallo al testo uscito dalla giunta regionale che stabilisce la fine del regime privatistico e il trasferimento anche di quelle cave al patrimonio del comune di Carrara. L’amministrazione di Piazza Due Giugno ha sempre definito fondamentale il supporto normativo della Regione su questo tema, anche alla luce della probabile pioggia di ricorsi che arriveranno: proprio per questo, la giunta, aveva “rinviato” l’approdo in consiglio comunale del nuovo Regolamento degli Agri Marmiferi, che dovrebbe conformarsi e trovare sostegno proprio nei provvedimenti regionali. Il testo uscito dalla commissione Sviluppo impone la gara pubblica per l’affidamento delle concessioni anche per quelle cave fino a oggi regolamentate da un regime privatistico, ovvero i Beni Estimati: il periodo di “transizione” è fissato in 7 anni, come a dire che le gare vere e proprie scatteranno nel 2022, presupponendo che la norma sia approvata a stretto giro.

La transizione si allunga e anche di molto per coloro che investono e realizzano la filiera corta: così facendo gli imprenditori vedranno slittare la tanto temuta gara pubblica a 23 anni dall’approvazione della norma. Un provvedimento mirato a incentivare l’occupazione e l’economia locale ma che potrebbe essere interpretato come un escamotage per rinviare nel tempo la piena equiparazione tra beni estimati.

La proposta di legge regionale. Nella proposta di legge viene inserito anche il Distretto Apuo-versiliese e in questo senso equipara agli agri marmiferi i cosiddetti 'beni estimati', ovvero quei siti che in provincia di Massa Carrara, a Carrara (un circa terzo delle cave) furono concessi a privati dall'editto della Duchessa Maria Teresa Cybo Malaspina del 1751. La proposta di legge, con una scansione temporale definita sulla base delle scadenze delle concessioni e autorizzazioni in essere o sulla base dell'entrata in vigore della legge laddove le concessione e autorizzazioni non prevedano scadenze, stabilisce che il rinnovo delle concessioni avvenga attraverso un procedimento di evidenza pubblica. Sempre relativamente al Distretto Apuo-versiliese si introducono premialit che prevedono l'allungamento dei tempi della concessione in presenza di attivit legate al concetto di filiera produttiva corta e appositi accordi di programma.

Infine, viene istituito un Ufficio regionale di supporto e controllo.

Fortemente critici sul provvedimento il capogruppo Fi Giovanni Santini e il consigliere Nicola Nascosti. "La commissione ha approvato una legge fortemente sbagliata - sottolineano - che presenta fortissime criticità, tra le quali la pubblicizzazione dei beni estimati, derivanti dall'editto emanato nel 1751 dalla duchessa Maria Teresa, senza nessun tipo di indennizzo. Il paradosso è nel fatto che sul piano pratico la maggior parte delle cave oggi di proprietà privata sono state acquisite con tanto di atti notarili e relative mappe e che una buona parte di questi titoli di proprietà sono stati assegnati a titolo oneroso direttamente dai tribunali". Per Nascosti e Santini "paradossale anche il fatto che a fronte della richiesta di pubblicizzazione delle cave non sia stata contemplata nessuna forma di indennizzo, se non limitata al valore degli ammortamenti dei macchinari".

Troppo restrittiva anche "la durata massima prevista per le concessioni: 20 o 25 anni sono un lasso di tempo particolarmente punitivo per le cave che operano in galleria, per non parlare poi dell'assurda previsione per cui il Comune può riservarsi di coltivare direttamente anche a seguito di affidamento diretto a società a totale partecipazione pubblica".

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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