Il Tirreno

Congelato l’affare Mediterraneo

di Giovanna Mezzana
Congelato l’affare Mediterraneo

La Fondazione Crc: «Operazione bloccata, per i consulenti del nostro fondo immobiliare la richiesta è troppo alta»

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CARRARA. Marina, via Genova. Rischia di vivere sperando chi sogna che da quel buco con fondamenta a vista spunti, in tempi non biblici, un bel complesso: un po’ residenziale e un po’ ricettivo, come da progetto. L’operazione hotel Mediterraneo è congelata e i soldi che si dovevano investire qui probabilmente si investiranno in Sardegna: questo è il rischio.

La Porto di Carrara spa vuole vendere – terreno e fondamenta – e un fondo di investimento immobiliare vuole comprare. Ma è un nulla di fatto. «L’operazione si è bloccata» dice Alberto Pincione, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara.

Il fondo. Perché Pincione? Perché la Fondazione CrC è socia di un fondo di investimento immobiliare – insieme ad altre fondazioni come Cassa di Risparmio di La Spezia, Livorno e Banco di Sardegna – gestito da Idea Fimit, società di gestione del rischio (Sgr). Un fondo di investimento immobiliare, del resto, cosa fa? Raccoglie denari (in questo caso presso fondazioni bancarie) e lo investe: si comporta come un fondo in investimento mobiliare con la differenza che anziché investire in azioni, investe “nel mattone”; e deve proporre a chi mette soldi investimenti remunerativi.

Cifre esose. Ed è proprio sullo scoglio della redditività che l’affare Mediterraneo si è arenato. Un anno e mezzo fa – cioè a quando risale l’ultimo contatto tra le parti, secondo la Fondazione CrC – la Porto di Carrara chiedeva 4.000.000 di euro per le opere realizzate. La richiesta discende dal progetto Botta, quello iniziale, che prevedeva la realizzazione di un complesso da mille e una notte (piscina, camere da sogno, materiali di alta gamma..) da 13.000.000 di euro di investimento.

Troppo, secondo i consulenti del fondo, troppo soprattutto rispetto al potenziale di ricaduta, anche perché, una volta realizzato, il complesso deve essere gestito: il residenziale venduto e il ricettivo “messo a reddito”.

«I consulenti del fondo ci hanno detto “è troppo costoso” – conferma Pincione – del resto loro devono consegnarci operazioni redditizie».

La trattativa. E allora? Basterebbe richiamare la proprietà – la Porto di Carrara cioè Enrico Bogazzi – e trovare un accordo. «Io mi auguro che la Porto – dice Pincione – faccia un’altra richiesta, altrimenti si rischia che l’investimento si faccia in Sardegna o a Livorno. Anche le polemiche hanno contribuito a bloccare l’operazione».

Polemiche con le quali se ne sono dette tante. All’origine si disse subito che l’affaire Mediterraneo odorava di speculazione a vantaggio della società privata.

Quando le fondamenta costruite cominciano ad essere coperte da muschio e invase da immondizia, però, a qualcuno comincia a piacere anche l’idea che a riempire il buco di via Genova sia un fondo di investimento: più anonimo, non si conosce la faccia di chi ci guadagna, dire fondazioni è come dire tutto e non dire niente, sembra, quasi quasi, tutto più equo; intendiamoci: nel caso, chi vende realizza comunque il suo “incasso”.

Poi salta fuori la questione che la Fondazione CrC è un ente filantropico e deve occuparsi d’altro: e, infatti, come rammenta Pincione «non è la fondazione a comprare, bensì il fondo di investimento».

Del resto la Fondazione CrC le mani da qualche parte deve pur metterle per rastrellare soldi e distribuirli sul territorio con intento benefico, soprattutto da quando deve cedere la sua partecipazione (remunerativa) nella banca CrC a Carige, che la ripagherà in azioni Carige (e non in cash).

Intanto con il tiro alla fune tra Porto di Carrara e fondo, e un distinguo e l’altro, passerà (almeno) un’altra estate in cui quel cantiere disfatto darà il benvenuto ai turisti.

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