Sicurezza
la frana
«Quel tubo ha ucciso Aldo Manfredi»
Il perito della difesa punta il dito contro la protezione installata a Mirteto dall’autotrasportatore il giorno prima della sua morte
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MASSA. Il 30 ottobre del 2010 Aldo Manfredi, autotrasportatore morto sotto la frana di via Montalbano, aveva piazzato un tubo di plastica e metallo per convogliare la pioggia in uno scolo. Lo aveva fatto per evitare che la casa dei suoi genitori si allagasse come accadeva sempre dopo che avevano eseguito quei lavori di consolidamento. Quel tubo, secondo la difesa, ha creato lo smottamento che poi ha ucciso Aldo Manfredi, a soli 45 anni, la sera dopo quel suo lavoretto. Per quella morte sono finiti a processo con l’accusa di omicidio e disastro colposi il geometra Carlo Mariani, l’ingegnere Andrea Bontempi, Giuseppe Rebecchi e Alessandro Migliorelli (titolari della ditta fratelli Rebecchi), Jacopo Baroni (rappresentante della ditta Rb escavazioni) e il geologo Riccardo Barbieri.
A tentare di dimostrare la tesi è stato il perito nominato dagli imputati Mariani, Bontempi, Migliorelli e Baroni. E dal Comune di Massa. L’ingegnere Stefano Tintori ha parlato per quasi tre ore, spiegando al collegio presieduto da Giovanni Sgambati (Fabrizio Garofalo ed Elisabetta Congiusta gli altri due giudici) cosa è successo quella sera. Il tecnico ha mostrato i grafici per suffragare quello di cui stava parlando: in pratica l’abbondante pioggia venuta giù dal tardo pomeriggio del 31 ottobre fino alle 20 ha causato il primo distacco della tubatura creata dall’autotrasportatore: l’acqua così invece di essere convogliata verso il basso è uscita in un punto non previsto e i detriti che ha trascinato verso il fondo hanno intasato il canale di scolo provocato poi il movimento del terreno che ha travolto il quarantacinquenne.
Tintori mette in discussione la ricostruzione dei periti della procura, l’ingegnere Paolo Rabitti e il geologo Gian Paolo Sommaruga. E lo fa facendo calcoli e prove su un modello simile al tubo arancione installato dalla vittima: «Abbiamo provato a mettere una sola curva aperta ma abbiamo visto che geometricamente era impossibile, necessariamente doveva esserci una seconda curva». Ci sono le foto delle prove di Tintori. E soprattutto c’è la conclusione che se troverà conferma rischia di cambiare le sorti del processo:
«L’installazione della tubazione ha comportato un incremento della velocità della corrente di oltre il 200 percento». E aggiunge: «Il deflusso della corrente è stato quindi significativamente modificato, con velocità che hanno raggiunto valori elevati, assolutamente non preventivati e inadeguati al tipo di canale, derivandone con altissima probabilità un danneggiamento del canale di scolo, con progressiva erosione del terreno posto sotto la scalinata».
La prossima udienza si terrà il 20 maggio e sarà ancora la volta dei periti spiegare quello che è accaduto quel 31 ottobre del 2010. Un evento eccezionale secondo le difese, un errore di valutazione di chi doveva mettere in sicurezza il Candia per il sostituto procuratore Rossella Soffio e i suoi consulenti.
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