Qui ti senti fuori dal tempo ma alla fine trovi il tuo estro
Ha lasciato Udine per Bedizzano ma non tanto per lavorare la nostra pietra...
di MELANIA CARNEVALI
Elena Saracino è il tipo di artista introverso, quello restio a domande, telecamere, esibizionismo gratuito. Sembra che abbia un rapporto intimo con l'arte e che tutto il resto sia di troppo. Quando Il Tirreno l'ha contattata per un'intervista per questo salotto domenicale con gli artisti, non ha detto subito di sì. Ha accettato dopo una serie di “ma”, “però” e “non saprei”, invitandoci poi nello studio Monfroni, nella strada per Codena, dove lei lavora. Capelli raccolti in un foulard colorato, occhi che si nascondevano dietro gli occhiali da vista, ci ha accolti timidamente mostrandoci le sue ultime opere: tutte forme «simboliche» – così le chiama – che rappresentano la ciclicità del tempo. Poco dopo si apre ed è un fiume in piena nel raccontarci la sua vita, sempre con estrema umiltà. Ci racconta di quando a 23 anni, dopo anni passati invano a cercare la sua strada, decise di partire, di tagliare il cordone ombelicale con la sua città, Udine, e di andare alla ricerca di sé. È arrivata a Carrara così, quasi per caso, nel 1999, senza un'idea precisa sul cosa fare: «non sono venuta qui per il marmo», chiarisce ma solo «per iscrivermi a un'Accademia di Belle Arti che fosse lontana dal Friuli-Venezia Giulia. Avevo bisogno di cambiare aria». E l'aria l'ha cambiata veramente perché da quel giorno ha capito chi fosse: un'artista e anche brava. Lo scorso anno ha vinto anche un Simposio in Spagna a cui hanno partecipato numeri scultori professionisti. Carrara –dice – le ha dato ispirazione e libertà.
Però perché proprio Carrara? Se voleva andare lontano da Udine, poteva andare anche a Firenze o Roma..
«Ecco, a Firenze ci sono passata, ma non mi aveva convinta, non mi è piaciuta. Troppo affollata. C'era un clima che, credo, non mi avrebbe dato stimoli. Le stesse persone non erano cordiali, disponibili. Io non vivo bene in una città grande, non mi dà armonia. Ho bisogno di altri ritmi, dove tutto scorra più lentamente. Contempla il mio carattere».
E, quel ritmo, lo ha trovato a Carrara?
«Sì, Carrara mi è piaciuta sin dal primo giorno, perché ha quello di cui un artista ha bisogno per lavorare, ma concentrato in una piccola cittadina. Non è caotica, la gente è disponibile. Mi sono sempre chiesta, nei primi anni in cui vivevo qui, perché ci fossero così tanti artisti stranieri. Cioè: mi chiedevo come mai, nonostante non ci sia ricchezza, chi veniva si fermava. Mi sono data una risposta terminata l'Accademia: Carrara dà all'artista la propria dimensione naturale, fuori dal tempo. Qui è come se tutto si fosse fermato».
È il tempo artigiano...
«Esatto, qui è come se la frenesia della vita quotidiana non fosse arrivata. Puoi staccare da tv, giornali, da tutto quello che succede nel mondo e dedicarti a te stesso»
Non segue la politica locale?
«No, non molto».
E quella nazionale?
«Ancora meno. È nociva». Eppure dalla politica dipende anche il futuro dell'arte in un Paese..
«Infatti sono sempre all'estero. Carrara per me è la base, poi espongo fuori».
A Carrara non ha mai esposto?
«No, arriverà anche que. l momento. Ma adesso mi dà più soddisfazione partecipare a mostre e Simposio all'estero, perché gli artisti vengono valorizzati molto di più e ci sono più possibilità per vendere. L'anno scorso ad esempio sono stata selezionata per partecipare alla Biennale al Museo d'arte contemporanea a Tapei, in Taiwan. Ho partecipato con Reverse una scultura in marmo nero del Belgio, che poi la direttrice del museo mi ha comprato. Qui, non so se l'avrebbero comprata. Certo è che sto pensando di fare una personale a breve, dove metterò in mostra anche dei gioielli in marmo».
Dove pensava di farla?
«Credo a Udine, dove ho già contatti».
È incredibile che nessun artista voglia esporre a Carrara! Alla fine si dice che è la patria del marmo...
«Appunto, si dice. È più il nome, la tradizione, la storia. Quando all'estero dico di abitare a Carrara tutti esclamano un “oh, che bello!”. In realtà credo abbiano un'idea della città che corrisponde più ad un luogo comune che alla realtà. Carrara è un ottimo posto per viverci e lavorare, per i motivi che dicevamo prima. Ma è anche una città che non valorizza molto l'arte. Ai giovani, soprattutto, non vengono dati stimoli, non si offre loro spazi per lavorare o per allestire mostre. Dopo l'Accademia vengono lasciati alla sbaraglio in un mondo dove devono affrontare la competizione sfrenata, sia di un surplus di artigiani professionisti sia dei robot. I giovani sono scoraggiati, non credono di poter campare d'arte e molti mollano anche durante gli studi».
Vuole dire che nel corso di scultura all'Accademia c'è dispersione?
«Sì, scultura non è facile, anche perché l'Accademia non è come la scuola dove ti danno i compiti da fare. I professori danno delle linee guida e poi è lo studente che deve riuscire a tirare fuori l'artista che è in lui. Ma l'approccio al marmo non è facile, sia perché è difficile la tecnica sia perché conosci il mondo fuori dall'Accademia e sai che è non è facile sfondare».
E lei invece è andata avanti?
«Io sì, io dopo i quattro anni ho fatto anche la specializzazione. Ho scoperto che il marmo era la mia strada dopo l'Erasmus a Salamanca, in Spagna. Sono tornata e ho deciso di iniziare a lavorarlo. È in quegli anni che ho trovato la mia vena artistica. Poi la tecnica l'ho imparata fuori. All'epoca infatti l'Accademia non era nel parco della Padula, ma in un laboratorio al chiuso dove non si poteva lavorare con il flessibile perché faceva troppa polvere, ma solo con il martello pneumatico o a mano. Inoltre nel periodo estivo era chiuso. Così andai a bussare alle porte del laboratorio Barattini. E lì ho creato la mia prima opera, con il marmo più prezioso di Carrara, lo Statuario: un corpo femminile sdraiato senza testa. Ho avuto la fortuna, tra l'altro, di conoscere lì uno degli artigiani storici, il Francone lo chiamavano così, che si è offerto di insegnarmi a lavorare».
Questo è un altro vantaggio del vivere in una piccola città.
«Esatto, gli artigiani di questo posto sono una risorsa preziosissima, che bisogna continuare a coltivare. Anche se un po' si sta perdendo».
In che modo?
«Sempre per i robot. Le sculture stesse stanno diventando semplicemente oggetti da riprodurre e non più creazioni».
Crede che anche la professionalità degli artigiani sia diminuita?
«Un po' sì. Sono rimasti i vecchi artigiani, ma le nuove generazioni stanno risentendo molto di questo cambiamento culturale nell'arte. I giovani, come dicevo prima, non sono stimolati. Qui a Carrara non ci sono né simposi né concorsi. Magari sono tentanti ad andare via, quando in realtà ognuno dovrebbe cercare dentro di sé l'arte, non fuori. Non viene più trasmessa loro la voglia di ricerca, li abbiamo convinti che l'arte sia commerciale».
Parla in generale o di Carrara?
«In generale, ma su Carrara il caso è eclatante, perché questa città dovrebbe dare l'esempio. C'è anche da dire che noi artisti ci abbattiamo spesso. Siamo vulnerabili, il nostro umore è altalenante e abbiamo bisogno di piccoli successi per caricare il nostro ego e avere voglia di non mollare. A me, ad esempio, il premio in Spagna ha dato stimolo per continuare».
Ha progetti per il futuro? «Per il momento voglio rimanere qui. Voglio continuare la mia ricerca. È vero, ogni tanto mi sento un po' sola, spaesata, anche perché il mio compagno vive altrove e a me non piace uscire. Vivo tra Bedizzano (dove ha casa, ndr) e lo studio. Però, in quei momenti, mi basta venire qui (allo studio, ndr), riprendere da dove avevo lasciato la mia scultura e tutto passa».
36 - CONTINUA.. -
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