Il Tirreno

il processo

Arriva la zia d’America, lotta per l’eredità

Chiara Sillicani

La sorella torna dagli Usa e accusa il fratello di essersi presi 800 milioni di lire per comprare casa

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MASSA.  La mela della discordia è una ricognizione del debito. Per essere semplici: un documento in cui si riconosce di dover dare soldi a qualcuno e ci si impegna a farlo. Bene, secondo l’accusa quella ricognizione è falsa perché Fedra Musi, parte civile a processo, non l’avrebbe mai firmata. L’avrebbe invece falsamente prodotta - così ritiene la Procura - suo fratello Vincenzo facendo risultare che Fedra gli doveva cinquecento milioni di lire. Tanto che, in forza di quell’atto, le avrebbe pure inviato un decreto ingiuntivo intimandole il pagamento del mezzo miliardo dovuto.

Tutto comincia negli anni ’90 quando Fedra, classe 1928, decide di lasciare gli Stati Uniti e tornare a Massa: suo marito è morto e lei desidera invecchiare nella sua terra. Vuole comprarsi una casa, ma farlo da oltre confine è davvero dura. Si occupa di tutto Vincenzo, di dieci anni più giovane: forte della procura della sorella, firma persino il rogito. E lì arrivano i problemi perchè - stando al pubblico ministero - il fratello avrebbe chiesto a Fedra di firmare una serie di fogli - in bianco, aggiunge l’accusa - per volture e pratiche di allaccio a gas e acqua.

Tra quei fogli - è il cuore della tesi accusatoria - ci sarebbe però anche la fatidica ricognizione del debito. Di quell’atto per qualche anno non se ne sa nulla fin quando la zia d’America trova un acquirente e decide di vendere la sua casa, a Cinquale. In concomitanza arriva la richiesta di Vincenzo: chiede la somma indicata nella ricognizione, quella in cui si dice che Fedra ha un debito con lui. Per ottenere i soldi, si affida anche ad un decreto ingiuntivo. È allora che la donna, assistita dall’avvocato Riccardo Balatri, passa alle vie di fatto e Vincenzo finisce a processo. Nell'ultima udienza, in aula c'è sua figlia, teste citato dalla difesa, ha tentato di smantellare la tesi dell’accusa: ha spiegato al giudice Giovanni Sgambati che la fatidica casa è stata acquistata da sua padre e che la ricognizione è stata fatta su richiesta della zia: «Non voleva che quel bene entrasse nel suo asse ereditario e finisse ad altri parenti. Così abbiamo pensato alla ricognizione: riconoscendo un debito a mio padre, l’abitazione sarebbe andata a lui». Decisione condivisa secondo l’avvocato dell’imputato, quindi. Nelle prossime udienze toccherà al giudice pronunciarsi.
 

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