Il Tirreno

«Dovevo vivere con tre patate al giorno»

«Dovevo vivere con tre patate al giorno»

Riccardo Bertelloni, deportato in Germania, premiato dal presidente del Senato Pietro Grasso

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MASSA. Forse il signor Riccardo Bertelloni, classe 1926, non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi a ottantotto anni a Montecitorio il 27 gennaio scorso, nella sala Aldo Moro, e di ricevere dalle mani del Presidente del Senato Pietro Grasso una medaglia in nome della Presidenza della Repubblica. Una medaglia per essere testimonianza vivente del dolore, della violenza e della paura che la guerra ha causato a lui, e molti altri come lui, per tutta la vita. Si perché il signor Bertelloni nel 1944, quando è stato preso, strappato dalla sua famiglia e fatto prigioniero in un campo di lavoro in Germania, aveva appena 18 anni, e a quel tempo era solo Riccardo. «Ero andato a Forno per portare da mangiare a mia mamma, la mia sorellina e le mie nipoti sfollate per i bombardamenti» racconta Riccardo. Poi non ci fu più tempo, perché i soldati tedeschi circondarono la città e il 13 giugno rastrellarono tutto il paese. «Avevo mia nipotina in braccio, un soldato della Mai Morti - questo era il terribile nome dato ad una delle formazioni della Decima Mas, battaglione di volontari italiani che affiancava i nazisti nella repressione dei partigiani - mi ordinò di posarla e di seguirlo». Riccardo si salvò, altri, molti altri con lui vennero fucilati. Poi venne la sera, Riccardo e alcuni dei sopravvissuti vennero messi in fila e per loro cominciò un viaggio che dallo scantinato posto sotto al liceo Classico di Massa terminò nel campo di lavoro di Kothen in Sassonia. «Ogni volta che ci fermavamo avevo paura di poter essere fucilato. Eravamo buttati là, eravamo prigionieri. Ricordo che durante il viaggio un soldato ci ordinò di cantare, io mi rifiutai e allora mi beccai dei calci» ricorda Riccardo sorridendo. Poi il sorriso si spenge e Riccardo ricomincia a raccontare: «Si lavorava dodici ore al giorno o di notte, io ero in una distilleria di carburante, a pasto ci passavano tre patate, ogni tanto si riusciva a prenderne altre dalle stive, sennò con tre patate al giorno...dovevo vivere con tre patate». Poi arrivarono gli americani, arrivò la libertà, ma anche finita la guerra la storia di Riccardo non fu facile: «Un lavoro buono non l’ho mai trovato, ho sempre dovuto affrontare tutte le situazioni. Poi avevo il braccio che si gonfiava - spiega Riccardo - durante un bombardamento mi ero troncato un polso». Un disagio mai riconosciuto dallo Stato e che purtroppo ha fortemente condizionato tutta la sua vita. Ma adesso un riconoscimento Riccardo l'ha ricevuto «è stato un momento commovente – spiega il figlio Giuseppe – essere riconosciuti dal Presidente della Repubblica per quello che hai vissuto è una grande soddifazione». Riccardo, anzi il signor Bertelloni, invece non dice niente, basta il viso. A ottantotto anni basta l'espressione del viso per capire tutta la sua felicità.

Alessio Profetti

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