Attenzione
Madre e figlio morti sotto la frana a Lavacchio. "Non si doveva far costruire"
Il processo per la morte di Nara Ricci e del piccolo Mattia Guadagnucci. In aula i legali della Provincia attaccano il Comune: scelta sciagurata aver dato i permessi per edificare
MASSA. «Questo non sarà uno dei tanti processi destinato a chiudersi senza nessun colpevole. Le responsabilità ci sono, e sono di chi, in maniera dissennata, ha fatto in modo che un villaggio di contadini e di pastori diventasse- in modo del tutto squilibrato - un quartiere residenziale. Non si può imputare alla cattiva manutenzione di una canalina una tragedia così enrome, che ha strappato la vita a una giovane madre e a suo figlio».
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:1.2147811:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2010/11/01/news/madre-e-figlio-morti-abbracciati-sotto-il-fango-1.2147811]]Parlano i legali dell’amministrazione provinciale di Massa Carrara, citata come responsabile civile nel processo di Lavacchio, quello che per la morte di Nara Ricci, 39 anni e il suo piccolo Mattia Guadagnucci, soltanto tre anni di vita, vede sotto accusa per omicidio colposo e falso sei persone fra responsabili della Provincia e della ditta che svolgeva i lavori sulla collina sgretolata.
E, sotto accusa, finisce il Comune di Massa. Questo il colpo di scena nel processo per una vicenda dolorosa, quella del 31 ottobre del 2010, che vide morire madre e figlio soffocati dal fango. Una vicenda per cui il pubblico ministero ha chiesto, in totale, 33 anni di condanna. La richiesta più pesante è per Giuliano Arrighi, nel 2010 dirigente del settore lavori pubblici in Provincia, Mauro Alberti, responsabile del servizio strade a Palazzo ducale e Antonio Cirillo, il libero professionista che ha certificato alcuni lavori realizzati sulla via che attraversa Lavacchio. Per loro tre, il pm Rossella Soffio ha chiesto una condanna di 6 anni e un mese. Richiesta di 5 anni, invece, per Nicola Rossetti, responsabile provinciale del servizio di costa e Libero Ballerini, capocantoniere. Per Paolo Busticchi, il titolare della ditta che ha realizzato i lavori, la richiesta di Rossella Soffio è stata di 4 anni e 11 mesi.
Secondo la tesi dell'accusa una strada con gravi criticità, via Bergiola, una zona, quella di Lavacchio, con una provata fragilità idrogeologica e la completa mancanza di interventi di manutenzione e corretta regimazione delle acque, sarebbero le cause della tragedia che ha spezzato una famiglia. Per i legali della difesa, almeno i primi due che hanno parlato davanti al giudice Giovanni Sgambati, la Provincia non ha responsabilità. Nella sua arringa, l’avvocato Ezio Paolo Menzione (che ha chiesto l’assoluzione per gli imputati e che non venga individuata responsabilità alcuna nell’operato della Provincia) ha parlato chiaro e in maniera diretta.
[[atex:gelocal:il-tirreno:massa:cronaca:1.10678887:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/massa/cronaca/2015/01/16/news/frana-di-lavacchio-il-pubblico-ministero-chiede-28-anni-1.10678887]]«Si sarebbero dovute bloccare le costruzioni sulla collina di Lavacchio e impedire gli adeguamenti - ha tuonato il legale - Con che coscienza si è lasciato che il marito e padre delle due vittime della frana, ricostruisse e ampliasse la sua casa dove già c’era stata una frana?». Anche il legale del dirigente ai lavori pubblici della provincia all’epoca dei fatti, ha parlato di responsabilità. Di responsabilità precise. «La tragedia di Lavacchio deve essere imputata dall’insediamento abitativo stesso. Da quelle case che qualcuno, in modo sciagurato, ha voluto permettere. È qui che vanno ricercate le colpe. Non in una strada che era costruita a regola d’arte, non nella pulizia di una canalina che non può avere avuto conseguenze così disastrose».
E per quel che riguarda il ruolo e le responsabilità dell’allora dirigente provinciale Giuliano Arrighi, il legale ha aggiunto: «Un dirigente, deve dare imput ai servizi, non eseguirli personalmente. Sarebbe come se si fosse contestato a Gianni Agnelli la qualità delle mozzarelle che si mangiavano alla mensa della Fiat».
E, infine, sulla ricostruzione dei fatti da parte dei periti della pubblica accusa, l’avvocato di Arrighi ha concluso con un’altra similitudine: «È come calcolare il record dei cento metri all’Olimpiade utilizzando una sveglia senza conta secondi: non è stato possibile verificare quanto carico d’acqua fosse in grado di sopportare la strada».
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