Il Tirreno

«Vennero a prenderci a casa e ci portarono all’inferno»

di Alessio Profetti
«Vennero a prenderci a casa e ci portarono all’inferno»

Gino Beghini, poi fondatore della omonima catena di boutique, racconta la deportazione in un campo di lavoro in Sassonia. «Vidi l’orrore delle fucilazioni»

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MASSA. La guerra, quando arriva, non guarda in faccia nessuno. Così la vita di chi la guerra la subisce, di chi la vive e la affronta ogni giorno, diventa una vita rubata, un momento senza tempo scandito dalla speranza e dalla rassegnazione.

Questa è la storia di Luigi Beghini, anzi Gino perchè così tutti lo conoscono, che oggi ha 88 anni e che nella sua vita ha fatto il commerciante di abbigliamento, aprendo notissime due boutique, a Massa e a Forte dei Marmi. Una storia che comincia a diciassette anni, il 30 giugno 1944, quando la guerra bussò alla sua porta, lo fissò, lo prese e lo strappò via. «A quel tempo vivevo a Filattiera con i miei genitori e i miei cinque fratelli - racconta il signor Beghini. Io ero lì in casa, prima i soldati erano venuti perchè volevano un fiasco di vino, ma io non gliel'ho dato - dice con un sorriso. Poi più tardi sono tornati e allora mia mamma mi disse di darglielo ma non erano venuti per il vino».

Così presero Gino, suo padre e il fratello maggiore: «Ci portarono dentro una fabbrica, c'era una folla di gente, ci chiesero se eravamo partigiani. Noi non avevamo nessuna tendenza politica, mio padre lo lasciarono tornare a casa, mio fratello invece riuscì a scappare senza farsi vedere. A chi era rimasto dissero che i civili sarebbero stati rimandati a casa». Poi arrivarono i camion, e in quel momento Gino capì che non avrebbe rivisto i suoi genitori e i suoi fratelli. Dopo qualche giorno di viaggio il signor Beghini arrivò a Verona, venne incolonnato con gli altri dai soldati verso la stazione. Un po' d'acqua, un po' di pane. Poi i portelloni dei carri bestiame si aprirono e lentamente tutti salirono all'interno.

«Ricordo che c'erano bombardamenti continui, ricordo gli allarmi, la terra che entrava dentro i vagoni dalle esplosioni...(Gino riprende fiato). In quel momento si piangeva, eravamo chiusi in quaranta per carro, alcuni vagoni erano completamente sigillati...ci avevano detto che per ognuno di noi che mancava ne avrebbero ammazzati dieci. Arrivammo a Wurzen per lo smistamento. Quando scesi dal treno mi trovai davanti colonne di persone, famiglie, donne con bambini...mentre si scendeva i tedeschi ci sputavano contro, ci dicevano Badoglio Badoglio, ci consideravano traditori. Qui era dura perchè davano i numeri alle persone (Gino si ferma un attimo e poi riprende) ci stavano assegnando ai lager...era dura perchè quando ti davano il numero... quando diventi un numero... (qui si ferma). Poi è arrivata una buona notizia, ci avevano passato come lavoratori civili». Così Gino venne internato a Magdeburg in Sassonia: «Si lavorava dodici ore al giorno. Da mangiare ci davano un po' di orzo, patate, cavoli. Per mangiare qualcosa in più si frugava dentro i bidoni dell'immondizia, magari c'era un osso con un pezzo di carne attaccato...quello che trovavamo si divideva in baracca».

E così la vita di Gino continuò per un anno. Tra la fame, la rassegnazione e la paura. «Una sera ricordo che un treno si era fermato lontano da noi...abbiamo visto scendere delle persone, tutte rasate, le hanno messe in fila e poi le hanno fucilate... Ormai non si pensava più di venire a casa, si viveva così...anche la paura...(Gino prende fiato e ricomincia) una volta feci quindici giorni di galera in una stanza sopra un tavolaccio...non era tanto per il dormire...ma quando suonavano le sirene dei bombardamenti io ero lì, chiuso senza poter scappare...la paura era tanta». Un ricordo che Gino ha portato con sé fino a poco tempo fa: ogni volta che sentiva un allarme, una semplice ambulanza, lo stomaco - racconta - gli si stringeva in una morsa.

Poi finalmente la guerra finì, i tedeschi abbandonarono il campo e Gino e gli altri cominciarono il secondo viaggio, quello del ritorno a casa: «Eravamo tutti alla sbando...dove passavamo noi non c'era più un piede d'erba, si mangiava tutte le piante che trovavamo...non so per quanto tempo ho avuto dolori allo stomaco. Anche il ritorno è stato brutto, ricordo che arrivati a Parma c'erano centinaia di migliaia di persone tutte con le foto in mano di ragazzi, mogli, mariti... domandavano notizie, se li avevamo visti. Fu una scena straziante». Qui comincia la seconda storia di Gino, quella del suo riscatto e della sua seconda vita.

Il suo arrivo a Massa nel 1955, il matrimonio con la ragazza conosciuta a Filattiera prima della guerra e il primo di tanti negozi di abbigliamento, in via Bastione (che eiste ancor oggi e porta il suo nome). E poi la sua famiglia: «Ho tre figli e quattro nipoti - racconta Gino con gli occhi che brillano mentre sfoglia le fotografie». Oggi Gino ha 88 anni e la guerra ormai è un triste ricordo che lo accompagna. Nei suoi occhi e nella sua voce si percepisce ancora la forza e la vitalità di un ragazzo. La forza di quel ragazzo che a diciassette anni aprì la porta di casa, vide la guerra, poi venne preso e portato via.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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