Il Tirreno

Quell’ok all’impianto, senza analisi

Quell’ok all’impianto, senza analisi

L’accusa: il via libera arrivò senza che ci fosse stata la validazione del rischio

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MASSA. L’impianto, chiavi in mano, per chiudere il ciclo dei rifiuti avrebbe dovuto costruirlo la Delca spa che è anche socia, con il Cermec, di Erre Erre.

Ma - così ha ripercorso la vicenda il luogotenente della Finanza che si è occupato delle complesse indagini che hanno fatto emergere lo scandalo dei rifiuti - nel partitario informazioni di Erre Erre sarebbero subito emerse “un paio di anomalie”.

«Come prima cosa - ha ricordato il teste del pubblico ministero - Erre Erre ha affidato a una società privata (la Finenco di Prato) per 60.000 euro la parte amministrativa per il rilascio del contributo europeo».

L’altra anomalie sarebbe quella, sempre secondo l’accusa, che avrebbe aggirato di fatto l’ostacolo delle verifiche di impatto ambientale.

«L’impianto aveva bisogno di una prima autorizzazione che doveva essere rilasciata dalla provincia competente per territorio - ha continuato il luogotenente delle Fiamme Gialle - Parte la domanda e l’iter amministrativo, ma viene subito sospeso perché era prevista l’ulteriore verifica di impatto ambientale (Via). L’impianto doveva infatti essere realizzato su un terreno vincolato dal Ministero che aveva bisogno di opere di bonifica».

«Per questo Arpat, in un primo momento, rileva che non poteva essere dato il via libera - ha proseguito - non prima delle analisi di rischio su quel terreno. La Provincia, a quel punto, interpella il Ministero per sapere se era possibile dare l’ok alla realizzazione dell’impianto senza attendere la validazione delle analisi. Il Ministero risponde in maniera ambigua e la Provincia, quindi, concede il via libera, in una conferenza dei servizi dove come rappresentante di Arpat c’è Righini». Proprio su questo punto è stata letta in aula l’intercettazione telefonica fra Domenico Del Carlo della Delca e l’ex dirigente della Provincia Menna. «Ma allora ce l’abbiamo fatta?» diceva nella telefonata Del Carlo. «Sì, si è entrati nel piano provinciale», rispondeva Menna.

«Senza validazione delle analisi di rischio - ha concluso il luogotenente - venne dato il via libera per un impianto che doveva essere per sessantamila tonnellate, ma in corso d’opera diventa per centocinquantamila tonnellate quindi anche sovradimensionato rispetto al reale fabbisogno. E aumentarono - di conseguenza - anche i costi: da tre milioni di euro si passò a 9 milioni e seicentomila».©RIPRODUZIONE RISERVATA

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