Sicurezza
«Così mio zio mi ha tolto un occhio»
Testimonianza choc in tribunale, e la teste porta la camicia da notte insanguinata
CARRARA. Si è seduta sul banco dei testimoni aiutandosi con un bastone. Fra le mani un sacchetto di plastica, quelli della spesa. Dentro la camica insaguinata: «il ricordo di quanto è successo l’8 febbraio del 2013”.
È cominciata così la testimonianza drammatica della donna che punta il dito contro lo zio con l’accusa di lesioni gravissime. Quella notte del febbraio di due anni fa la nipote (parte civile nel processo, assistita del legale Rinaldo Reboa) sarebbe stata colpita dallo zio con una racchetta da tennis: da allora, secondo quanto ha dichiarato davanti al giudice e documentato con tanto di certificati medici, la donna ha perso l’uso dell’occhio destro.
«Mio zio ha sempre vissuto accanto a casa mia, a Bergiola - ha raccontato la donna - quel giorno di febbraio avevamo litigato e lui mi aveva minacciato dicendo: “ti taglio la testa”. Io a quel punto sono tornata a casa».
«In serata - ha continuato la donna - mi ha telefonato una nostra parente dicendo che mio zio stava male e aveva l’affanno. A quel punto, trascinandomi fino a casa sua, con i grossi problemi alle gambe che mi impediscono di camminare bene, ho provato a chiamarlo più volte. Non sentendo risposta sono andata alla finestra, tentando di aprirla dall’esterno».
E, proprio a quel punto - secondo il racconto in tribunale della donna - quella che all’inizio era stata una lite sarebbe degenerata. «Mio zio ha aperto la finestra - ha riferito la donna - me lo sono trovato davanti e ha cominciato a colpirmi con i pugni in testa. Alla fine ha preso una racchetta da sci e me l’ha puntata sulla tempia destra, prendendomi in pieno l’occhio».
A quel punto la donna, con il volto insanguinato, ha chiamato le forze dell’ordine ed è stata portata al Pronto Soccorso.
Il giudice, dopo aver sentito la testimonianza drammatica della parte civile, e quella di uno dei poliziotti intervenuti subito dopo l’accaduto, ha nominato un perito, lo psichiatra Massimo Nencioni, per verificare lo stato di salute, a livello psichico dell’imputato. E la sua capacità di intendere e di volere.©RIPRODUZIONE RISERVATA
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