Il Tirreno

«Mafia e omertà» Parla Giubilaro

«Mafia e omertà» Parla Giubilaro

Il procuratore capo si lamenta per la scarsa collaborazione «C’è un elevato tasso di cautela, così è tutto più difficile»

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MASSA. Non la chiama omertà, ma parla di tasso di cautela. Il senso però è quello ed è un atto di accusa serio e riscontrabile anche nelle piccole cose a Massa, come a Carrara e in Lunigiana: «Gli apuani collaborano poco o niente con le forze dell’ordine e la giustizia in genere». Frase tagliente perché a pronunciarla è il procuratore capo Aldo Giubilaro. Sa già, come è accaduto in passato ai suoi colleghi (il sostituto procuratore Federico Manotti, per esempio) che ci sarà un forte dissenso a questa sua disamina. E infatti aggiunge: «Tutti possono dire la loro opinione, ci mancherebbe. È stata fatta una guerra per la libertà, non sarò certo io a negare il diritto di pensarla diversamente da me. Però nessuno è seduto sulla seggiola dove mi siedo io tutte le mattine. La mia visuale non è quella degli altri e se parlo è perché sono convinto di quello che dico».

Un anno difficile per l’apparato giustizia delle Apuane: procura e tribunale sono in sofferenza («non possiamo fare tutto, dobbiamo selezionare», ammette Giubilaro). Ma le toghe si sono prese anche belle soddisfazioni. E lo si capisce dalle parole di chi sta nella stanza dei bottoni della procura.

Quella sulla camera di commercio è un’inchiesta sconcertante, che coinvolge figure importanti della nostra realtà locale. Un punto in comune con altre indagini che hanno toccato la cosa pubblica, sembra un film già visto... Perché a Massa Carrara succede con questa frequenza?

«Direi che succede con la stessa frequenza del paese Italia. E mi limito a questo, meglio se le altre considerazioni le lascio a voi giornalisti. Nello specifico avremmo voluto la custodia cautelare per queste persone, ma l’attualità del reato non c’era più e quindi non è stato possibile. Resta il fatto che al riesame hanno accolto, a differenza del gip, la nostra tesi sul peculato, che poi è l’aspetto più odioso. Hanno speso cento quando potevano spendere dieci. Soldi nostri, tanto per essere chiari. Ne abbiamo raccolti un po’ di questi casi e altri ce ne sarebbero, ma l’indagine la chiudiamo qui perché non vogliamo perseguire tutto, non abbiamo la forza per farlo e rischiamo di vanificare tutto con le lungaggini della macchina della giustizia. Il modus operandi era quello, era un sistema. Chiederemo il rinvio a giudizio, non c’è altro da dire. Contestando pure l’associazione a delinquere. Poi sarà la corte dei conti a valutare l’esatto danno fatto alla collettività».

Sentire un procuratore capo dire che non ha le forze per approfondire un’indagine fa male, però.

«Se fa male a lei si figuri a me, che in questa macchina ci sono dentro. Ma è così: procura e tribunale sono sotto organico, lo andiamo dicendo da tempo. E pure polizia e carabinieri hanno i loro problemi. Tutto non si può fare. Perché il tasso di illegalità in questa provincia è davvero alto. Fa paura toccarlo con mano».

Eppure sembrava che gli episodi di criminalità organizzata si fossero diradati. Non è così?

«No. Non so dirle se il fenomeno è in forte aumento ma c’è eccome: mafia, camorra e ndrangheta stanno continuando a fare i loro affari. Stiamo dietro a diverse piste, stiamo lavorando insomma. Ma non so quando riusciremo a scovare il filone giusto».

C’è poi la vicenda del buco dell’Asl: la procura è uscita con le ossa rotte dai primi processi, cosa non ha funzionato in questo caso?

«Secondo lei è possibile che una sola persona (il direttore amministrativo Ermanno Giannetti, ndr) possa provocare un buco di bilancio di oltre duecento milioni?».

No.

«Ecco anche secondo noi non è plausibile. Ci deve essere stato qualcuno dietro di lui oppure al suo fianco. La nostra tesi, e cioè che i direttori amministrativi Antonio Delvino e Alessandro Scarafuggi sapessero, è plausibile. Evidentemente non siamo riusciti a dimostrarlo in tribunale, non so cosa non ha funzionato ma il giudice ha detto che quegli ammacchi erano tutti riferibili a Giannetti. Ora leggeremo le motivazioni della sentenza di assoluzione di Delvino e poi ricorreremo in appello. Mi sembra il minimo».

Scarafuggi è stato assolto con la formula piena per non aver commesso il fatto e in più il reato è stato prescritto. Storia finita?

«Con la prescrizione sì, nessun appello».

Ma l’indagine non è chiusa...

«Per quanto riguarda le responsabilità locali è chiusa, per il filone regionale invece siamo alle battute finali. A inizio 2015 ci vedremo con il sostituto procuratore Alberto Dello Iacono (l’altro titolare dell’inchiesta) e tireremo le somme».

Con la richiesta di rinvio a giudizio per il governatore Enrico Rossi?

«Chiuderemo le indagini. Punto. Non posso fare previsioni perché non mi sembra giusto».

Però se la vostra tesi è che Giannetti non può essere stato l’unico a creare il buco di bilancio...

«Chiuderemo le indagini o con la richiesta di rinvio a giudizio dei tre indagati (oltre a Rossi ci sono anche il dirigente regionale Carla Donati e il consulente Niccolò Persiani) oppure col proscioglimento».

Anche nel 2014 non ci siamo fatti mancare la solita alluvione: però stavolta la procura è stata veloce, ha nominato i periti e nel giro di un mese ha già iscritto le prime persone nel registro degli indagati. Perché?

«Perché era un evento diverso: qui c’era da valutare il crollo di un muro di duecento metri. E su quello ci siamo concentrati. Ad Aulla, per esempio, abbiamo dovuto seguire una strada diversa. Abbiamo indagato sull’alveo e ci siamo fatti la convinzione che c’erano delle irregolarità da perseguire, ma abbiamo indagato anche su una lunga serie di cose che poi nel fascicolo non ci sono finite perché non c’era alcuna ipotesi di reato da formulare. Dovevamo accertarlo però e non potevamo farlo senza trascorrere settimane e mesi sulle carte».

In più con questa omertà apuana...

«Io ho parlato di tasso di cautela. Sono centinaia le lettere anonime che ci arrivano e ci segnalano episodi anche circoscritti. Nessuno si espone perché ha paura delle ritorsioni. Noi le cose anonime le cestiniamo quasi tutte, bisogna metterci la faccia se si vuole giustizia. Ma capisco anche che non è facile».

Danilo D’Anna

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