Attenzione
Tumore non diagnosticato, Asl condannata a maxi risarcimento
Donna morì per un cancro al seno, alla famiglia stabilito un risarcimento di 700mila euro Tre medici dell'ospedale di Massa coinvolti nella vicenda
MASSA. Adesso non c’è più margine di manovra. Non ci sono più tentativi di opposizione che tengano. L’Asl deve pagare. Una somma pari a 350mila euro. È il risarcimento che deve alla famiglia – ai due figli – di una donna morta perché quel nodulo che aveva al seno non era «benigno» – come le avevano rassicurata tre medici – ma piuttosto era la prima avvisaglia di un tumore che l’avrebbe devastata. E portata – ma dopo due anni – alla morte. Sulla soglia dei 60 anni.
Parliamo di una vicenda molto datata. Di un tumore non diagnosticato. Di un’attesa di giustizia da parte dei familiari – non solo i figli ma anche l’anziana madre e le sorelle – lunga 11 anni. È la primavera del 2001 quando questa madre si sottopone a dei controlli. Ha, come si dice in gergo, un nodulo alla sua mammella sinistra. Fa dunque degli esami all’ospedale di Massa. E passa la visita di tre medici: un radiologo (oggi deceduto), un senologo (oggi ormai in pensione), un ecografista. Il responso è più che rassicurante. «Linfonodo benigno», le dicono. Per stare ancor più serena, si sottoporrà anche a degli ulteriori controlli. Periodici. Ripetuti. Nessuno si accorge di niente. Della tragedia che si consuma dentro di lei.
Arriviamo al marzo 2003. Quel nodulo è cresciuto. Ed è così che dalla visite di routine passa al pronto-soccorso. Allora sì che tutto si accelera. Le fanno un ago aspirato. E questa volta si accorgono cosa sta succedendo al suo seno. Maria, la chiamiamo così, va a Milano. Si fa ricoverare in una clinica. Verrà sottoposta ad un’operazione perché intanto il carcinoma ha fatto il suo corso. È arrivato alle ossa. Poi sarà dimessa e po ricoverata all’ospedale di Massa. Poi dimessa ancora e quindi ricoverata al Santa Chiara di Pisa, dove Maria muore il 26 settembre del 2003. Se diagnosticato in tempo – dal maggio 2001 quando si sottopone ai primi controlli al marzo 2003 quando scopre il suo cancro – avrebbe avuto quasi due anni per curarsi.
Nel 2006 la famiglia si è rivolta ad un avvocato. A Giovanni Rimmaudo. A maggio 2012 esce la sentenza di condanna dei tre medici e dell’Asl in quanto datore di lavoro dei tre professionisti. Risarcimento 700mila euro. Chi deve pagare? Ad essere responsabili sono i medici al 100%, con quote di responsabilità variabili (il radiologo al 60%, ad esempio) ma, sopra a tutto e in toto è l’Asl che deve farsene carico.
La sentenza di primo grado è esecutiva. L’avvocato Rimmaudo notifica gli atti all’Asl, che deve pagare. Ma l’Asl cosa fa? Il 19 febbraio 2013 fa opposizione. La famiglia deve attendere ancora.
Nel frattempo la compagnia assicurativa del radiologo ormai morto – su indicazione anche degli eredi – liquida la parte che compete al suo cliente: circa il 60% della somma da risarcire alla famiglia. Rimangono fuori 350mila euro.
Arriviamo ad oggi. Il 29 novembre il Tribunale di Massa – nella figura di Alessandro Pellegri – rigetta l’opposizione all’esecutività della sentenza che l’Asl aveva avanzato. Questa sentenza in pratica dice: cara Asl, non c’è ragione che tu ti opponga, adesso devi pagare. E adesso l’ente tesoreria dell’Asl – ovvero sia la Cassa di Risparmio di Carrara – altro non deve fare che liquidare. 350mila euro (all’incirca). Una somma di denaro che certo non toglie nulla al dolore della famiglia di Maria. Al rammarico disperato per cui forse Maria si sarebbe potuta salvare. Ma che deve essere saldata. Giustizia vuole che sia.
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