Il Tirreno

Nove milioni per la “moschea fantasma”

di Alessandra Vivoli
Nove milioni per la “moschea fantasma”

Il credito con l’Iraq per la maxi fornitura di marmo finisce al centro di un processo per omessa dichiarazione dei redditi

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CARRARA. Rispunta la moschea fantasma. Il contratto (credito) di 9 milioni di euro con l’Iraq al centro di un processo per omessa dichiarazione dei redditi.

Un contratto da 10 milioni di dollari, per la realizzazione di una moschea di marmo, in Iraq. Una dichiarazione dei redditi, con relative tasse da pagare, di 9 milioni di euro.

Nel mezzo una guerra, quella del Golfo, due processi. uno (in corso) per un reato tributario in cui si contesta l’articolo 5 del decreto legislativo 74/2000: ossia l’omessa dichiarazione dei redditi. E l’altro, con la sentenza che non è ancora non passata in giudicato (era sfociata con la condanna per bancarotta fraudolenta nei confronti dello stesso Dazzi (7 anni e mezzo). E un maxi risarcimento perché quella che è stata definita “ moschea fantasma” tanto fantasma non era visto che le banche - coinvolte nell’affaire -sono state condannate a risarcire la curatela fallimentare della ditta di marmo carrarese. Al centro di questa complicata vicenda c’è un’azienda di marmo, la Pietro Dazzi, e il suo attuale proprietario, Paolo Dazzi. Una storia di oltre vent'anni fa: l'embargo susseguente alla guerra nel Golfo impedì alla ditta carrarese Dazzi Pietro fu Enrico di realizzare l'opera nel Paese di Saddam Hussein (avrebbe garantito lavoro per sei anni); la Banca di Roma spa - oggi Unicredit spa - negò la presenza di fondi riconducibili all'Iraq (in particolare al Ministry of Planning, firmatario della commessa), e l'azienda di marmi fallì (gennaio del 1999). La famiglia di Paolo Dazzi - figlio ed erede di Pietro Dazzi, deceduto nel 2002 - ha cercato di far valere le sue ragioni: quella maxi-commessa prevedeva per l'Iraq un impegno ad un pagamento di 10 milioni di dollari per il lavoro svolto ed anche quale anticipo sulla prima tranche di fornitura, soldi che avrebbero potuto quantomeno coprire i costi della provvigione di materiale avviata dalla ditta carrarese. Fin dall'inizio, nella convinzione che l'Iraq avesse delle provviste di denaro negli istituti bancari italiani, i Dazzi intentarono una procedura esecutiva per recuperare la somma attraverso una procedura espropriativa nelle forme del cosiddetto "pignoramento presso terzi", sia verso la Banca di Roma Spa (oggi Unicredit Spa) che verso Bnl Spa, procedura espropriativa presso terzi azionata per entrambe le Banche presso la sede legale generale di Roma; ma entrambe le banche dissero che non vi erano fondi riconducibili all'Iraq. Il tempo passa: la ditta Dazzi Pietro fu Enrico, come detto fallisce, la famiglia Dazzi fa opposizione al fallimento (la causa è sempre ad oggi sub-judice), ottiene nel dicembre 2005 un primo riconoscimento, con il pagamento di una tranche di circa 12 milioni di euro da parte di Unicredit Spa, ma non si ferma: chiede anche le somme residue, sempre a titolo di risarcimento danni, su base capitale ed anche i danni patrimoniali. Con quel primo provvedimento del tribunale, incassato nel mese di marzo 2006, Paolo Dazzi liquida tutti i creditori del fallimento, e quindi il fallimento si chiude "in bonis" (complessivamente, il debito era di circa 7,5 miliardi di vecchie lire nel 1999 "lievitato", poi, per il procrastinarsi della procedura fallimentare, a circa 4,5 milioni di euro nel dicembre 2006, momento della chiusura della procedura per l'avvenuto pagamento, da parte di Paolo Dazzi, di tutti i creditori insinuati al passivo del fallimento per capitale, interessi, spese e di tutte le spese di giustizia). Ma le somme in ballo erano ingenti: tanto che si arriva - nel settembre del 2011 - alla sentenza di risarcimento danni da record. Il danno riconosciuto è di 16 milioni e 438mila euro (che corrisponde più o meno ai 17 milioni di dollari Usa vantati a fine anni 90, quando il cambio corrispondeva a 34 miliardi di lire), si arriva a circa trenta milioni. Ai trenta milioni devono essere sottratti i circa 12 già pagati nel 2006.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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