Il Tirreno

Adesca la ragazzina e poi la violenta

Adesca la ragazzina e poi la violenta

L’imputato ha 50 anni. In aula l’amica racconta l’orrore della adolescente: «Hanno avuto rapporti sessuali, poi le minacce»

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MASSA. Prima ha fatto finta di avere diciotto anni appena compiuti, poi quando Stefano Papi, che all’epoca dei fatti - era il 2011 - era un over 45, ha capito che la ragazzina quattordicenne ormai pendeva dalle sue labbra ha confessato di essere molto più grande ma di volerla vedere lo stesso per stare un po’ con lei. Ricevendo un sì che ha scaraventato la piccola in un incubo. Un adescamento per gli inquirenti avvenuto attraverso Facebook e poi maturato con ogni tipo di strumento tecnologico. I due si scambiavano foto sempre più spinte, si chattavano inviti espliciti da amanti consumati su whatsapp e sul messanger di Fb. Succede tra adulti, non deve accadere quando uno della coppia è minorenne.

La storia tra i due, come l’hanno definita gli avvocati dell’imputato in aula, per la procura è una violenza sessuale vera e propria perché l’uomo, residente a Cecina, con la giovane ha consumato rapporti completi, prima a Massa (per questo l’inchiesta è stata condotta dalla procura apuana) e poi in Lombardia (dove abitava l’adolescente nel frattempo diventata adulta). Una vera e propria fissazione quella dell'imputato per i minori secondo gli inquirenti, come ha confermato il perito del sostituto procuratore Alessandra Conforti che ieri ha raccontato al collegio presieduto da Giovanni Sgambati cosa ha trovato nei computer e nei cellulari di Papi: fotografie con bambine che avevano meno di 12 anni. Non immagini scaricate per errore, ma scaricate più volte perché il download non si era completato e quindi era stato ripetuto. Con cartelle chiamate con acronimi che soltanto i pedofili riconoscono. L’uomo faceva di più: scattava fotografie delle giovani che agganciava in rete mentre loro si spogliavano per lui con la cam accesa. Ma si è tradito perché il perito della procura, l’ingegnere informatico Cesare Marini, ha trovato nelle memorie di quei telefonini obsoleti (non sono smartphone tanto per intenderci) scatti che oltre alle ragazzine riprendevano il suo volto riflesso nel vetro del monitor. Una prova schiacciante che l’orco era davvero lui, per il pm Conforti.

Ma oltre al tecnico ieri ha deposto anche un’amica della parte offesa. Quella che l’aveva accompagnata dai carabinieri quando lei ha cominciato ad aver paura di quell’uomo che minacciava di raccontare tutto ai suoi genitori. Nonostante i quattro anni trascorsi e nonostante l’imbarazzo ha raccontato come l’illusione dell’amica di aver trovato l’uomo che la sapeva comprendere e consolare si fosse trasformata ben presto in angoscia. «Sapeva che aveva più di quarant’anni perché lo aveva scoperto, ma ha comunque voluto vederlo e mi ha detto di aver avuto un rapporto con lui». Per venire a Massa aveva preso un treno di nascosto dalla famiglia. Un incontro a metà strada, suggerito dall’uomo.

L’indagine era nata proprio dalla visita in caserma delle due adolescenti. I carabinieri appena avevano sentito quale era l’argomento le hanno stoppate chiamando i genitori della vittima dell’abuso. Il maresciallo Walter Sioletti, che ha raccolto quella drammatica denuncia, ha spiegato al giudice Sgambati e alle parti come l’Arma è giunta alla persona sul banco degli imputati: «Attraverso il profilo della giovane siamo arrivati al suo e poi abbiamo incrociato quel nominativo con l’utenza che ci aveva fornito». Più che un militare, un padre quel maresciallo: «Abbiamo fatto capire alla ragazza che non doveva temere nulla. Nemmeno la rabbia della madre e del padre. Noi eravamo in imbarazzo perché in caserma a quei tempi non avevamo colleghe ed eravamo tutti maschi. Avevo timore ad affrontare certi temi».

Prossima udienza e sentenza l’undici febbraio.

Danilo D’Anna

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