Sicurezza
Una super perizia inguaia il pediatra
Il medico Giorgio Biava rischia il processo per la morte della piccola Irene Del Monte. Tre dottori lo avevano scagionato
MASSA. La morte della piccola Irene Del Monte poteva essere evitata se il pediatra della dodicenne - Giorgio Biava - fosse andato a casa sua per constatare di persona le condizioni della paziente. A dirlo è una perizia fatta fare dalla famiglia della ragazzina a un luminare del nord Italia. Grazie a questo parere il sostituto procuratore Rossella Soffio, titolare dell’indagine, ha chiesto il rinvio a giudizio del dottore - difeso dall’avvocato Adriano Martini - e l’udienza preliminare davanti al giudice Alessandro Trinci si terrà l’otto gennaio 2015.
Il super perito in una cinquantina di pagine smonta quanto sostenuto in sede di incidente probatorio dallo specialista pneumologo Venerino Poletti, dell’Asl di Forlì, incaricato dal tribunale di dare un parere sulle cause del decesso davanti al gip Antonia Aracri. Poletti era arrivato a una conclusione diversa da quella dell'autopsia, eseguita dal medico legale Maurizio Ratti e da Andrea Cavazzana, primario dell’unità operativa di Anatomia patologia dell’Asl1. Anziché alveolite come avevano sostenuto Ratti-Cavazzana per lui si era trattato di una miocardite acuta che aveva causato l'edema polmonare che aveva portato al decesso della piccola. Secondo lo specialista, però, come aveva stabilito l'esame autoptico, era «un evento imprevedibile». Il pneumologo aveva spiegato la differenza di visione rispetto ai colleghi con un possibile errore nella raccolta dei campioni del muscolo cardiaco. Insomma, non proprio una cosa da poco. Tanto che tra i camici bianchi c’era stata un po’ di maretta.
Adesso la terza perizia - effettuata da un luminare di cui i legali della famiglia Del Monte Francesco Persiani e Maria Grazia Menozzi non vogliono rivelare l’identità - mette in discussione quanto detto da medicina legale e da Poletti. Ovvero: se Biava si fosse recato in casa Del Monte quando la mamma della ragazzina lo aveva chiamato, Irene avrebbe avuto molte possibilità di sopravvivere. La crisi che l’ha uccisa si è manifestata tra la notte di sabato 9 febbraio 2013 e la mattina successiva, il pediatra era stato chiamato dalla mamma della paziente il venerdì pomeriggio e soltanto dopo che la febbre si era assestata stabilmente sopra i 39 gradi. La donna invece non lo aveva contattato quando la colonnina del termometro era sui 38 perché pensava che fosse una semplice influenza. «Un intervento medico diretto avrebbe potuto ravvisare l’insorgenza delle complicazioni che poi hanno portato al decesso», sentenzia il luminare.
Lo specialista - nome noto e affermato a livello internazionale, tanto da aver più volte firmato articoli per riviste specializzate europee e americane - ha eseguito anche ulteriori esami autoptici sui campioni prelevati durante la prima autopsia (i familiari della dodicenne dando mandato ai legali avevano posto una sola condizione e cioè che il corpo non venisse riesumato). Tra un mese quindi Trinci deciderà se mandare a processo Biava, in ogni caso sarà uno scontro tra camici bianchi. (d.d.)
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