Attenzione
Perché Carrara ha perso la sfida con Pietrasanta
Scultrice mette a nudo la capitale del marmo «Potrebbe fare le scarpe al mondo e invece..»
Viviamo in una società «con tanta fretta e tanto ego, quello che cerco di fare con le mie opere d'arte, al di là del lato puramente estetico, è stimolare il lato profondo e spirituale delle persone». Sara Bonuccelli, classe 1977, di Viareggio, vive a Carrara dal 2007, ma lavora a Pietrasanta: se fosse un oggetto sarebbe un caleidoscopio tanto è molteplice il suo modo di approcciarsi all'arte. Fonde il bronzo e modella creta, scolpisce il marmo e pensa alle installazioni. Frutto anche, forse, del suo lungo percorso formativo, da un'accademia all'altra, dall'Italia all'estero, sempre alla ricerca di nuove chiavi di lettura. Il Tirreno l'ha incontrata per questo salotto con gli artisti apuani, per farci raccontare il suo rapporto con la città...
Sara, tu hai frequentato sia l'Accademia di Belle Arti di Carrara sia quella di Firenze. Sapresti dire quale sia la migliore?
«Non c'è una migliore e una peggiore, perché ognuna offre qualcosa che l'altra non ha. Da Firenze passano ogni anno migliaia di artisti. È un melting pot di culture e generazioni ed è quindi più facile confrontarsi con altri artisti, emergenti e non. A Carrara invece c'è il marmo, il miglior marmo del mondo, e l'attrezzatura. Inoltre all'Accademia di Carrara ho trovato professionalità uniche. Quando arrivai alcuni docenti, fra cui Balocchi e Cremoni, mi dissero di camminare, andare tra i ravaneti e scegliere la mia pietra. È così che mi innamorai del marmo e decisi, finita la specialistica, di trasferirmi qui».
Per stare vicino al marmo? «Sì, qui ho tutte le pietre che desidero».
Ma poi hai scelto di lavorare a Pietrasanta?
«Ho scelto il comune lucchese come posto dove lavorare perché non volevo perdere i contatti con quella realtà in cui io posso trovare tutto quello che cerco. Vedi, Carrara è settoriale: è concentrata unicamente sul marmo e sulle pietre. Mentre a Pietrasanta c'è di tutto: dai laboratori del marmo alle fonderie, da chi lavora la creta a chi dipinge. Pietrasanta racchiude l'arte a 360 gradi. Per me, che lavoro tutti i materiali, è una fonte di ricchezza inesauribile: trovi il vecchio scalpellino di una volta con cui puoi interagire, mentre a Carrara non mi è mai capitato. Forse perché, non avendo un laboratorio, non ho avuto occasione di conoscere a fondo la realtà carrarese, ma a Pietrasanta tutta la conoscenza è a portata di mano. A Carrara vanno coltivate lentamente queste situazioni».
Quindi non hai modo di confrontarti con gli altri artisti di Carrara?
«Sì, ma molto meno rispetto a Pietrasanta. È anche vero che lì ho un gruppo di amici e conoscenti da tempo, ma a Carrara è più difficile relazionarsi. Non so se sia perché manca un punto di riferimento o la voglia e la libertà di sedersi a un tavolo per parlare di un progetto comune. Una esperienza interessante è stata “Out Art”, la collettiva in via Beccaria (in corso fino a oggi, ndr), in cui si è creato un ambiente piacevole e, soprattutto, ho conosciuto artisti con la voglia di confrontarsi per scoprirsi e di creare, magari, qualcosa insieme. . Il confronto serve per se stessi ma anche per dare vita a un tessuto culturale nel territorio».
Che a Carrara non c'è...
«Vedo che sta germogliando qualcosa: stanno aprendo laboratori, vengono promosse collettive ed eventi culturali. Se questo fosse continuativo Carrara farebbe le scarpe a chiunque».
Ma lo stato attuale qual è? «Ora gli artisti realizzano le opere qui e le espongono a Milano o in altre città del mondo, perché non può essere diversamente. All'artista interessa far viaggiare la sua scultura. Un viaggio di notorietà: vuole in altre parole che la sua statua venga vista, altrimenti perde di senso anche la sua attività. Ma a Carrara questo viaggio è molto limitato. Il problema è che le manca la rete di contatti che porta gente. Ci vorrebbero più promozione e iniziative, anche se qualcosa, ripeto, si sta muovendo. È il caso di “Studi Aperti”, di Out Art e di tante altre iniziative, che dovrebbero essere potenziate».
Tu ti senti valorizzata come artista a Carrara?
«No, ho trovato un po' di chiusura».
Da parte di chi?
«Ma non saprei...Confrontandomi anche con altri ho realizzato che non è una sensazione solo mia. Credo che questa sia una città con potenzialità, a cui manca la continuità nella valorizzazione artistica. Non basta una galleria o un evento; ci deve essere la volontà di creare qualcosa di costante. Manca il cammino comune fra artisti e Amministrazione».
Cosa dovrebbe fare quindi un’Amministrazione? «Beh...siamo nella città del marmo! Ovunque ti giri, trovi il marmo: dallo zoccolo alla pavimentazione, all'arredo architettonico. Manca però, ad esempio, una fondazione o una associazione che lo gestisca bene. Non è una novità che il materiale non venga valorizzato e tutelato. Ad esempio: la lavorazione. Dovrebbe essere nelle mani di chi ha le competenze. Invece il prodotto viene preso e mandato fuori, all'estero. Se non viene lavorato qui non è un prodotto, una ricchezza del posto e questo impoverisce la città. La filiera corta permette di valorizzare il prodotto creando quel marchio Made in Italy, ma valorizza anche lo scultore, la manodopera locale. Inoltre, dovrebbe promuovere più simposi come succede all'estero».
Un esempio?
«L'esperienza più bella è stata quella in Argentina, nel 2010. Il Comune di El Trébol in provincia di Santa Fè aveva aperto un bando a tutti gli scultori del mondo, per riqualificare una vecchia cava. Invece di vendere lastre ha invitato gli artisti, gli ha dato blocchi di marmo della misura che volevano e loro lo hanno lavorato. Adesso è bello pensare che una mia opera è rimasta là, in Argentina, e che, quindi, oltreoceano possono vederla, e chiaramente è stato bello stare in Argentina. Altre esperienze simili le ho vissute in Slovenia e in Albania. Dopodiché ho deciso di fermarmi e iniziare a fare qualcosa solo per me. Però, ecco, il punto è che anche il comune di Carrara dovrebbe promuovere più bandi del genere, per portare artisti, ma anche per valorizzare il territorio. So che ne sono stati fatti in passato, ma non mi sono sentita informata, per questo non ho partecipato. Questo per dire che Carrara non vale meno dell'Argentina».
Essere donna ti crea difficoltà nella professione?
«Questa mentalità è tipica dell’Italia, quindi il fatto che io sia scultrice non cambia. Potevo essere cameriera, impiegata o qualsiasi altra figura professionale. Il mondo del lavoro, a Carrara come altrove in Italia, fatica a considerare la donna alla pari, o meglio, dell'uomo».
Come ti trovi con i carraresi?
«Sette anni fa, quando frequentavo la città da studente, ero contenta perché respiravo un'aria diversa. Poi, quando sono venuta a viverci, non è stato facile perché il carrarese è una persona di cuore ma diffidente. Vengo da Viareggio, posto di mare, dove la gente, anche se non ti conosce, ti saluta abbracciandoti. Poi, l'accento: gli anziani parlano dialetto stretto e non lo capivo, mi sembrava sardo. Ci è voluto del tempo a entrare nel loro sistema, a capirli e a relazionarmi con loro. Ma è meglio così. Preferisco persone diffidenti che si aprono lentamente, rispetto alle persone sorridenti ma false. E il carrarese non è falso: preserva la sua autenticità».
19 - CONTINUA.. -
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