Il Tirreno

«Sono quattro gatti ma smontano e vendono i monti»

di Alessandra Vivoli
«Sono quattro gatti ma smontano e vendono i monti»

Il presidente del Simposio di scultura del Ponte di ferro «Quella dei semilavorati è una beffa, partono solo blocchi»

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CARRARA. Lui, che nel cuore delle montagne ci lavora, o meglio ci scolpisce la pensa in maniera diametralmente opposta all’imprenditore Franco Barattini: «Le cave le stanno smontando- dice lo scultore Fabio Rebora - le fanno a pezzi e le caricano sui camion e sulle navi».

Sostiene che a godere del privilegio di un bene primario come il marmo siano in pochi:«Sono in quattro gatti e sentono di avere il diritto di vita e di morte sui monti. Non pensano mai: qui stiamo facendo un disastro, anzi, si sentono fori perché stanno montando le montagne».

E mette in guardia da quella che lui definisce la “trappola dei semilavorati”: «Sono blocchi, quello dei semilavorati è solo un artificio».

Il mondo del lapideo, visto da uno scultore.

Fabio Rebora ha 42 anni, viene da Genova, ma come lui stesso afferma è “naturalizzato carrarese”. È nella nostra città che ha frequentato l’Accademia - “un iter, dice, seguito da molti”, e poi, come molti altri artisti a Carrara ci è rimasto, ha messo su famiglia e ha pure avuto tre bambini.

Fabio, adesso, è uno che le montagne Apuane le conosce bene, da anni è presidente dell’associazione Ponte di ferro e, non senza sforzi, organizza ogni estate un simposio per scultori. Una vetrina importante, un modo per tenere vivo il legame fra scultori e marmo a cui ha pensato lui, che viene da Genova. Ma questo è un altro discorso.

Fabio lavora proprio nel cuore delle montagne: «Quelle montagne che stanno portando via, adesso ci sono poche persone, forse sei o sette e scavano quanto in mille hanno fatto in cento anni».

E il valore aggiunto, quello dell’arte, della lavorazione e della scultura, che ha reso grande Carrara in tutto il mondo, per Fabio si sta azzerando. Lo ha detto, senza giri di parole, ai microfoni della trasmissione Rai “Petrolio”. Ora approfondisce il concetto.

«Ho fatto un semplice esempio - dice - alcuni anni fa ero stato contattato per alcune statue palladiane in marmo bianco di Carrara, commissionate per la villa di un oligarca russo. E invece quel marmo è partito per la Cina, è lì che poi sono state realizzate le opere».

E per lo scultore, ideatore del simposio al Ponte di ferro il trend, sotto le Apuane è proprio questo: «Si esportano i blocchi, non il valore aggiunto».

E aggiunge: «Quello che dico è lampante, basta vedere la differenza fra l’escavato e il lavorato - aggiunge - e, soprattutto, basta non cadere nella trappola dei “falsamente lavorati”: con un scucchiata nell’angolo di un blocco, una sbozzatura, appena, il materiale passa per semi lavorato. Ma non è così, questi sono tutti artifici».

Per Fabio, carrarese di adozione, il distretto lapideo apuano si trova a un bivio. «Non c’è una via di mezzo - spiega - si tratta di scegliere fra l’iter di un paese del terzo mondo, che esporta solo le materie prime, o quello di un paese evoluto che crede nel valore aggiunto di un grande materiale come il marmo. Ma mi sembra che qui, a prevalere, sia solo la logica primitiva dei cavernicoli che fanno a pezzi i monti e li mandano via».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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