Il Tirreno

50 anni di lavoro e la pensione che non basta

50 anni di lavoro e la pensione che non basta

«Non arriviamo a fine mese»: tra sacrifici e bollette sempre più pesanti, gli anziani raccontano il welfare insufficiente

4 MINUTI DI LETTURA





MASSA. «Ho lavorato cinquant’anni, attraversando con il mio camion tutta Italia, avanti e indietro, per poi fare una vita da povero e cercare di campare con 800 euro al mese. La fortuna nella sfortuna è che veniamo dalla guerra e sappiamo arrangiarci: possiamo andare avanti con pomodori e patate».

Vittorio Gabrielli, 80 anni, ex camionista, è solo uno dei tanti pensionati apuani, che dopo una vita intera di lavoro e fatiche, si ritrova a non saper come arrivare in fondo al mese. Una sola pensione per due, che rimane invariata, mentre il costo della vita aumenta di anno in anno: le tasse - quella sulla casa e sui rifiuti - le bollette, gli alimenti. «Di anno in anno tagliamo le spese: prima l’auto, poi il cinema, e infine anche il cibo: si arriva a mangiare solo verdura, per risparmiare. Anche se i risparmi non esistono più», racconta Vittorio. Tra le migliaia di pensionati apuani caduti in condizioni di semi-povertà o povertà totale, nonostante i decenni di lavoro, ci sono operai metalmeccanici e chimici, imbianchini, sarte, portinai di alberghi, muratori. E ancora idraulici, commercianti e tanti altri, uomini e donne, invisibili alla società, legati da una storia comune, quella di essere stati forza-lavoro per decenni, abbandonati in vecchiaia al proprio destino. Che in realtà, poi, il destino è solo l’altro nome di welfare state, stato sociale. Molti di loro hanno una pensione minima, altri ricevono un’indennità un po’ più alta, ma hanno figli e nipoti da mantenere, dal momento che il lavoro adesso non c’è e i pensionati diventano lo zoccolo duro dell’economia locale. C'è quindi chi è costretto a mangiare alla mensa dei poveri, chi invece si coltiva la verdura. Nessuno fa la vita da benestante che sognava per la pensione. Il Tirreno ha incontrato alcuni di loro per farsi raccontare le loro storie. Simili quelle dei montignosini Piero Gianfranceschi, 68 anni, e Carlo Maghelli, 65 anni, entrambi ex operai Dalmine andati in pensione dopo 40 anni di contributi. Recepiscono un’indennità di circa 1.200 – l’equivalente di uno stipendio minimo – ma con quello devono mandare avanti un'intera famiglia. «Una volta si faceva una vita da benestanti - racconta Carlo - ma adesso siamo ridotti a fare una vita da pezzenti. Anche la casa di proprietà incomincia a essere un ostacolo al benessere, perché non riusciamo a mantenerla per le tasse, ma anche per la manutenzione ordinaria. Siamo ritornati a coltivare l’orto per risparmiare sul cibo». «Con la pensione mantengo mia figlia e il marito, disoccupato, mia moglie e l’altro figlio, disabile - spiega Piero - È come avere 600 euro al mese per famiglia e 600 euro sono quelli che si spendono in due mesi per le bollette. Non solo dopo così tanti anni di lavoro non ci rimane niente per i nostri figli, ma non sappiamo proprio come arrivare in fondo al mese. Ci sono troppe cose da pagare rispetto alle nostre pensioni. È un sistema, questo, che ci considera come residui di società e ci abbandona».

Giovanni Cherubini è, forse, una delle persone, fra quelle intervistate, che se la passa peggio. Ex muratore, 68 anni, vive in una casa in affitto a Massa con la moglie invalida al 75% (con una pensione sociale di 290 euro) e due figli, di cui uno disoccupato. È andato in pensione dopo 40 anni di lavoro e adesso riceve 602 euro di indennità, con cui deve pagare (sommandola ai 290 euro della moglie), l’affitto di 650 euro al mese, le bollette, la spesa. L’unico aiuto è il contributo affitto del Comune. «Siamo in graduatoria da anni per la casa popolare - racconta Giovanni - e adesso siamo al terzo posto. Si va avanti di giorno in giorno con quello che si può. Fortunatamente uno dei miei figli lavora e contribuisce. Poi io, quando posso, faccio qualche lavoretto in giro qua e là per racimolare qualcosa. Non è facile, ho anche il diabete». C’è poi Giuseppe Guidi, 70 anni ex imbianchino e manovale, vive in una casa popolare a Renella e campa con 450 euro al mese. Ha una figlia e un nipote. «A pranzo vado a mangiare alla mensa della Caritas e una volta al mese mi danno anche il sacco alimentare - racconta - e poi nel paese c’è sempre chi mi dà qualcosa, ma non posso permettermi niente, non un regalo per il nipote né un vizio per me». Giuseppe ha iniziato a lavorare a 15 anni e smesso a 65. Giacomino Giorgini, 73 anni, ex commerciante ambulante andato in pensione dopo 40 anni di contributi, prende 680 euro di indennità. Vive con la moglie (che dopo 37 anni di versamenti prende 420 euro). «Come si fa a vivere con mille euro in due?- si chiede- Abbiamo la casa di proprietà, ma per il resto siamo costretti a tagliare tutto, anche nella spesa. Ogni mese spendiamo tutto quello che riceviamo: questo mese, ad esempio, abbiamo pagato 430 euro di conguaglio di acqua. Vuole dire che ci sono rimasti 600 euro per tutto il resto. Non è vita questa». Sono solo sei della migliaia di storie tristi che si possono ascoltare in provincia.

Melania Carnevali

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa