Il Tirreno

Bergiola, a pezzi il luogo della strage

Bergiola, a pezzi il luogo della strage

Lucio Gigli: «L’ex scuola Vincenzo Giudice è in pessime condizioni: le istituzioni tutte dovrebbero vergognarsi»

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MASSA CARRARA. Chi quel 16 settembre 1944, in paese, a Bergiola Foscalina, non fu ucciso prima, a colpi di mitra e bombe a mano lanciate all’impazzata nel paese da SS e Brigate Nere, fu trucidato poco dopo: finito il rastellamento, i nazisti radunarono i superstiti nella scuola elementare e dopo aver sparato all’impazzata appiccarono il fuoco. Sessantuno le vittime accertate.

Oggi si ricorda ancora quel giorno. Ma Lucio Gigli, artista e artigiano, cerca ancora risposte: «Ho scritto e riscritto su gli orrori di questa strage, chiedendo semplicemente la verità, il più elementare dei risarcimenti morali per queste vittime innocenti, a noi parenti non viene garantito neanche il rispetto della memoria, attraverso la normale manutenzione dei luoghi simbolo, che stanno cadendo a pezzi. Non bastano le parole ad incentivare il culto della memoria, servono i fatti».

Gigli si riferisce alle condizioni della ex scuola che fu teatro conclusivo della strage. L’edificio cade letteralmente a pezzi. «Le istituzioni tutte dovrebbero vergognarsi, e le varie associazioni che vivono ancora di rendita su queste disgrazie, non muovono un dito - dice Gigli - Il presente ha certamente altre urgenze (rimpasti, poltrone in provincia, poltrone in regione, ecc. ) ma la civiltà e il buon senso, pretendono ogni tanto da parte delle Istituzioni anche impegni completamente differenti. Mi chiedo come i miei compaesani possano continuare a sopportare questa situazione che si trascina ormai da anni».

Lucio Gigli ha sempre vivo il racconto di quel giorno del fratello Giuseppe.

«Avevo sette anni, ma ricordo ancora, lo sguardo del soldato tedesco che puntò il mitra verso di me, un grido lo scosse, il commilitone che era all'interno della casa, aveva scoperto il buco, dietro il mobile di cucina, dove mio padre si nascondeva, per sfuggire ai rastrellamenti, che i tedeschi ormai da tempo, abitualmente facevano.

Mia madre, in un gesto di disperazione, si chinò per proteggermi e fu colpita, ad una gamba, dalla raffica di mitra che il soldato tedesco fece partire all'impazzata.

Fummo avviati o forse scappammo senza una meta, verso il palazzo delle scuole, è li che radunavano tutta la gente del paese, per poi compiere l'atto finale del massacro.

Mia madre perdeva sangue, aveva la scarpa piena, io stringevo tra le mani un martellino e un pezzo di pane, ultimi ricordi della mia infanzia felice, che per molti giorni, non volli più abbandonare, quasi a voler conservare l'ultimo appiglio a quel mondo che mi avevano cosi brutalmente strappato e che non avrei mai più ritrovato.

La paura era tanta, si udivano grida di dolore arrivare da ogni dove.

All'ingresso della scuola, ricordo alcuni corpi straziati seminudi ammucchiati lungo il corridoio, mia madre decise di non entrare e in un gesto di disperazione, ci gettammo lungo la scarpata, finendo dentro un fosso, fu la nostra salvezza.

Un soldato tedesco passò a pochi metri, non so se ci vide, io chiusi gli occhi, tremavo, me la feci sotto, ma trattenevo il respiro. All'interno delle scuola urla, fuoco, fumo e un odore acre che pungeva la gola si spandeva tutt'intorno.

Poco dopo, silenzio di tomba, solo il rumore delle due camionette dei carnefici, che riprendevano la strada del ritorno. Missione compiuta. In pochi attimi, il paese di Bergiola senza alcuna ragione, o per ragioni ancora da chiarire, era stato distrutto, io persi la nonna materna e quattro zie, anche zia Margherita, mia compagna di giochi, un poco più grande di me.

Adesso ho 76 anni e i vuoti di memoria sono sempre più soventi, ma non mi preoccupano, anzi trovo divertente non ricordare, così, ai nipotini nei rari momenti di pazienza, posso raccontare fantasie che mi vengono in mente, sul momento.

Però quando racconto questa di favola, non riesco a fantasticare, ogni attimo è li, sempre vivo, come fosse ieri e spero di conservare ancora, quel tanto di lucidità per descriverla con precisione, senza infingimenti, senza autoinganni, senza pietà per gli aguzzini, mandanti ed esecutori.

Ciò che mi spaventa della vita non è la morte ma il dover morire senza sapere la verità che dopo 70anni tarda ancora a venire».

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