Il dolore
Camion in corteo per Yuri
Tir del marmo in fila e clacson spiegati sull’Aurelia per l’addio al 32enne
CARRARA. I clacson dei tir, che squarciano il traffico del pomeriggio. E i camion del marmo con i cassoni vuoti che, per la prima volta, varcano i cancelli del cimitero.
Le mani, intrecciate, come una catena umana, delle donne, tutte vestite di nero che si sorreggono a vicenda. Per non cadere schiantate dal dolore: l’ambulanza in obitorio l’hanno chiamata tre volte, ma tre volte è tornata indietro.
Le bandiere che avvolgono la bara: quella dell’Albania, il tricolore e quella dell’Inter.
È un addio starziante quello al camionista di 32 anniLurand Yuri Llanaj, morto sabato scorso a 32 anni dopo un volo di trenta metri giù dal ravaneto della cava di Lorano. Il giorno in cui stava provando il percorso, per cominciare, di lì a poco, il suo nuovo lavoro al monte.
È un dolore che unisce la comunità albanese, quella di Massa e quella di Carrara. I confini e i campanili oggi non esistono. C’è solo il dolore, che unisce tutti quanti.
C’è la dignità delle donne albanesi che non hanno bisogno di parole: si guardano, con i loro volti segnati dalla fatica e dallo strazio. Non parlano ma, appena vedono la madre di Yuri, la moglie, o le sorelle che stanno per cedere, che diventano troppo pallide, intrecciano le braccia, si toccano dietro le schiene e si sorreggono. Formano una catena. E non cadono. Se le gambe cedono ci sono le braccia delle altre donne strette strette, a sostenere Ermira, la sposa di 30 anni mamma da quattro mesi della piccola Ylenia, l’orgoglio di papà Yuri.
Ci sono le donne albanesi e i camionisti di Carrara. Un lungo corteo di camion, quelli dei sassi, con i cassoni vuoti, che entrano fin dentro al cimitero di Mirteto. Sul cruscotto hanno la foto di Yuri, in una cornice di cartone celeste.
Ci sono loro, i colleghi camionisti, che sono arrivati giù dalle cave prima, per scortare la bara di legno chiaro, piena di scritte e avvolta nelle bandiere.Sono rimasti parcheggiati un’ora, fuori dall’obitorio. Poi, all’uscita del carro funebre, hanno cominciato a suonare i clacson. Sempre più forte quando sono arrivati alla Frangola, il quartiere dove viveva Yuri. Ancora di più quando sono entrati nel cimitero di Mirteto, fra gli applausi della gente.
Nel giorno dell’addio di Yuri ci sono anche i ragazzi. I giovani albanesi alle prese con un dolore da grandi. I maschi hanno messo la giacca scura, le ragazze le calze nere, come le madri. Hanno la stessa dignità dai grandi, ma poi piangono come bambini stringendo al cuore i guantoni da kick boxing del cugino, dell’amico, del babbo di Ylenia.
La comunità albanese si stringe attorno alla famiglia di Yuri. Uomini e donne aspettano sotto il sole di un pomeriggio di canicola che esca la bara, quella bara di legno chiaro che ha accolto tutti i messaggi, vergati col pennarello nero, in cui si mescolano italiano, albanese e i disegni di tanti cuori. Quando esce il feretro quella dignità scompare e lascia il posto al dolore che, di fronte alla vita spezzata di un padre di 32 anni, non può essere scomposto. Si levano le urla, ci si spinge forte per toccare la bara. In un momento il cortile dell’obitorio si riempe di grida e di singhiozzi.
Nel cimitero di Mirteto ancora una volta il dolore supera le barriere, anche quelle della lingua. Don ClaudioHitaj, è il parroco albanese venuto da Carrara, dalla chiesa di San Ceccardo, a benedire Yuri prima della sepoltura. Prega per lui in italiano, e in albanese,
Poi non parla più nessuno. Solo Blerim, il fratello di Yuri. Parla alla sua gente, agli amici di Massa, a quelli di Carrara. «Mettiamoci in fila per dare l’ultimo saluto a mio fratello». E dopo i clacson, gli applausi, e i singhiozzi davanti alla sala del commiato del cimitero resta solo una lunga fila. Questa volta silenziosa.
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