Il Tirreno

Italia Nostra accusa: «Cave fuorilegge»

Esposti a Procura, Corte dei conti e Finanza. Dalla tassa marmi alla legge regionale, ecco tutte le presunte illegalità

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MASSA. Mancato adeguamento alla legge regionale, tassa marmi inferiore a quella di mercato, rendite parassitarie. E ancora: mancata caducazione delle cave inattive e violazione della sentenza della Corte costituzionale del 1995. C'è tutto questo, e anche altro, nelle denunce che la consigliera nazionale di Italia Nostra, Franca Leverotti, ha consegnato alla Procura di Massa, alla Corte dei Conti di Firenze e alla Guardia di Finanza e in cui il Comune viene accusato di danno erariale e omissione d'atti d'ufficio. Oggetto degli esposti: le cave di marmo dove, secondo la consigliera, si protraggano “da sempre” situazioni di illegittimità a discapito della cittadinanza.

La consigliera di Italia Nostra spiega al Tirreno i vari punti su cui ha basato le sue denunce. Tutto prende vita da una sentenza della Corte Costituzionale del 1995 che stabilisce che: le cave sono patrimonio indisponibile dei Comuni; i due Municipi di Massa e Carrara devono, indipendentemente dall'entrate in vigore dei regolamenti, applicare un canone annuo comunque non inferiore a quello di mercato; il criterio di canone basato sul reddito agrario (così come nel vecchio ordinamento) è irrisorio. Ebbene, «tutto questo non viene preso in considerazione», sostienee la Leverotti. A partire proprio dal fatto che il Comune di Massa non si è ancora dotato di un regolamento degli agri-marmiferi conforme alla legge regionale, motivo per cui la normativa di riferimento (per il municipio) rimane quella del 1846, secondo cui le cave sono ereditabili e vendibili dal concessionario. «Negli ultimi contratti è stato inserito che la concessione è di vent'anni rinnovabili e si vieta l’affitto della concessione stessa, ma ciò non toglie che rimane un vuoto normativo e che molte cave vengono lasciate in eredità, vendute, affittate».

Un'altra illegittimità che denuncia la consigliera è la quota fissata per la tassa marmi. «La normativa regionale 78 del '98 prevede che il municipio introiti il 10% del valore di mercato del materiale estratto per uso industriale, costruzioni, opere civili, rapportato alla qualità e alla quantità e fino al limite massimo del 5% del valore di vendita del materiale ornamentale, in rapporto alla qualità e alla quantità. Ma questo viene disatteso perché il canone è fissato a 9,90 euro, senza tenere conto della diversa qualità del marmo».

Anche i canoni di affitto annuale, denuncia la Leverotti, hanno prezzi irrisori e continuano a essere calcolati in base al reddito agrario (contrariamente a quanto prescritto dalla Corte Costituzionale): ben tre cave sono state cedute in anni recenti per soli 50mila euro, in un caso applicando una dilazione di pagamento alla società che ha dichiarato un capitale sociale di 1 euro, senza mettere il bando on-line, e senza una preventiva delibera di giunta. «Come si giustifica questo prezzo – commenta - quando una cava simile, nelle vicinanze, chiusa da anni viene messa all’asta dalla società concessionaria, in liquidazione, per 365mila euro?» Altro esposto: le cave dismesse – che non lavorano da decenni – non vengono caducate. «Secondo la legge del 1846 se una cava non viene lavorata da almeno due anni il Comune deve caducarla, perché la cava in questo modo torna in proprietà del Comune. Tante le cave chiuse, ma non caducate, che si trovano a Caglieglia-Casette, zone a rischio idrogeologico e dove l'attività estrattiva pregiudica la sicurezza del territorio e anche del lavoro. Nel 1992 - continua - una frana ha seppellito 3.000 litri di gasolio e 800 litri di olio, nella cava Rocchetta Biancospino-Capriolo, in prossimità delle sorgenti del Cartaro. Qui sono state chiuse dalla Usl per frane due cave negli anni ’90, di queste, la Rocchetta Caldia ,è oggi  attiva».

E ancora: la norma regionale prevede che l’escavazione di marmo raro e di valore storico venga contingentato (estratto poco e per determinati usi del marmo). Sul territorio ci sono due cave di questo tipo, ma il contingentamento – incalza Leverotti - non viene applicato. Ma forse il problema più grave e atavico denunciato dalla consigliera è l'assenza totale di controllo dei piani di coltivazione. «Il caso della cava di Ravalunga a Casette (cava in concessione alla Carlo Telara, ma affittata alla Bordigoni dove si stava scavando con permessi scaduti da cinque anni – spiega (ma sulla questione è aperto un contenzioso (ndr.) – è solo la punta dell'iceberg. La cava Padulello ha scavato per due anni senza permessi. Il Comune non controlla se i piani di coltivazione vengono rispettati e cosa succede in montagna e dilaziona l’applicazione della legge: perché, avendo riscontrato la mancanza di permessi estrattivi il 20 maggio, ha chiuso la cava solo il 29 luglio?»

Melania Carnevali

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