Il Tirreno

«Sei ancora qui, nella stanza accanto»

di Chiara Sillicani
«Sei ancora qui, nella stanza accanto»

In centinaia per l’ultimo abbraccio a Michele Bertolucci. E gli amici lo salutano con un interminabile rombo di motori

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MASSA. Un paese raccolto in una chiesa. Borgo del Ponte: una manciata di case e atmosfere popolari. Del popolo vero. Di chi i suoi ragazzi li vede crescere, magari andarsene e tornare di tanto in tanto, ma non li dimentica mai. Un luogo che è identità e comunità. Eccolo Borgo Del Ponte salutare, commosso, il suo Michele, il ragazzone dalle spalle larghe con l’amore per i motori. In quel paese dall’animo vero Michè è nato e cresciuto, lì ha frequentato le scuole e lì ha fatto la prima comunione, lì ci sono i visi importanti della sua vita. La sua gente, chi gli ha voluto e gli vuole bene. Eccola, la sua maestra, con le lacrime agli occhi, i compagni di banco, gli amici del paese, quelli delle chiacchiere al buio dopo cena, nelle sere d’estate. Eccoli i vicini di casa.

La chiesa di San Martino è troppo piccola per accoglierli tutti, la voce di Don Lorenzo Corradino rimbomba nella piazzetta assolata, si insinua tra i passeggini dei bambini, tra il bastone di una nonna troppo debole per reggersi sulle sue gambe. È l’ultimo saluto a Michele Bertolucci: 30 anni e l’addio alla vita su una striscia d’asfalto. La sua moto “lo tradisce” giovedì sera lungo via Alta Tambura, mentre torna a casa dopo una serata in compagnia.

È il giorno in cui la realtà vince. «E la verità - sono le parole di Don Lorenzo - è che il nostro Michele non è qui. Ma il Signore ci dice dov’è: tra le sue braccia». Forse dietro la porta, forse nell’altra stanza. Elena, un’amica, lo immagina ancora vicino a sè, a pochi metri. Sale sull’altare e quel senso di vicinanza lo confida a tutti: ammette che «potrebbe non farcela», le trema la voce, la gola fatica e la sua fatica dice tutto. Ma non si arrende, tiene gli occhi sul foglio per farsi coraggio, le parole le conosce una per una, immagina Michele che parla e si racconta con i versi di Sant’Agostino: «Sono nella stanza accanto, dietro l’angolo, va tutto bene, la nostra vita conserva il significato di prima, il vostro sorriso è la mia pace». La certezza della presenza.

Parole sospirate tra i singhiozzi e una chiesa intera, un’intera borgata si scioglie in lacrime, si stringe intorno a mamma Giuliana e a papà Fausto. Lei è seduta, lui è in piedi, immobili, non si spostano di un centimetro. A pochi metri, immerso tra le rose bianche, c’è il loro ragazzo.

Fuori ci sono gli amici, i compagni di tanti giri in moto, i visi giovani di chi con Michele ha condiviso la passione per le due ruote. Loro l’hanno accompagnato fino alla chiesa, motori accesi e adesso lo aspettano silenziosi. Il silenzio di chi scopre che il filo che lega alla vita è sottile e può spezzarsi anche a trent’anni.

Stringono il manubrio tra le mani ben ferme, poi, mentre Michele lascia la chiesa, i polsi si alzano e si abbassano e le dita scivolano decise sull’acceleratore: le moto urlano. È un urlo di dolore, il suono che lacera, che segna la frattura tra loro, ancora in sella, e Michele che alla «sua bimba», una Ducati con i fiocchi, ha detto addio, tradito da una curva.

Un rombo così forte che scuote la piazza, ferma il paese, lascia cadere le lacrime, concede al padre di Michele “il privilegio” dell’abbandono: cerca visi amici, cerca abbracci stretti, il diritto di piangere tra le braccia di chi vuole bene a lui e al suo ragazzo. Un interminabile “urlo” di motori, un saluto commovente: gli amici si prendono Michè in spalla, deboli per la commozione e centinaia di persone li seguono, lungo le viette strette del paese, fino a via Galliano, fino a via Bassa Tambura. Stanno accompagnando Michele a casa sua, non vogliono che si senta solo.

E quella casa gialla, all’incrocio con viale Trieste, diventa il cuore di un’intera borgata. Che piange il suo ragazzo e grida a Giuliana e Fausto che c’è e non li lascerà.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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