Il Tirreno

Su quei tornanti Yuri cercava una vita migliore

L’amico: al piano non c’era più lavoro, si era comprato il camion per svoltare Lo strazio del fratello: Dio doveva prendere me, lui è papà da quattro mesi

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CARARRA. Il camion lo aveva comprato usato. Ventiduemila euro di rate che Yuri Llanaj aveva appena finito di pagare. Con gli amici due sere fa aveva festeggiato: cominciava un nuovo lavoro, perché al piano con il marmo era finita. Adesso bisognava salire su. In quei tornanti, in quelle salite ripide che sono diventate, per molti, un’opportunità di lavoro.

«Mi aveva detto, questa è la volta buona, devo svoltare, altrimenti torno in Albania»: lo racconta fra le lacrime l’amico romeno che, con le infradito ai piedi, si è spinto in mezzo ai ravaneti, è salito fino al piazzale di Lorano, per stare vicino a Yuri, anche da morto.

Gli amici lo sanno che quel camion bianco e rosso era la scommessa per il futuro di Yuri. Un futuro migliore ora che da quattro mesi era diventato papà di una bambina.

Su Facebook aveva postato quella piccola manina con le unghie rosa e il braccialettino di perline. Era soprattutto per lei che, dopo anni passati a bordo dei camion, dei “bilici” come li chiamano in gergo i mezzi utilizzati per il trasporto dei blocchi, come autista, al piano, aveva deciso di andare alle cave.

Era una grande scommessa quella di Yuri. Per questo voleva provare la strada: per arrivare preparato. Per essere all’altezza della concorrenza che, nei bacini apuani adesso è davvero forte. Parcheggiati in fondo alla strada che porta a Lorano anche ieri mattina, di sabato, i mezzi, per lo più carichi di scaglie, saranno stati più di una decina. Pronti già per lunedì mattina. Yuri, che da vent’anni viveva a Massa, proprio all’altezza della Foce. Lui e il fratello si erano inseriti benissimo nella comunità massese, e Yuri aveva capito che la strada, per campare ancora nel mondo del marmo era proprio quella ripida e polverosa delle cave. «Una volta di questo lavoro i ragazzi non ne volevano sapere, adesso sono in tanti, anche dopo aver provato altri lavori, anche non più tanto giovani, a prendere la via di cava»: dice il presidente della cooperativa Lorano. Il camion e le scaglie di marmo erano il futuro di Yuri. E il fratello Blerim, distrutto dal dolore, lo sa bene.

«Dio doveva prendere me. Su quel camion dovevo esserci io»: sono queste le prime parole che ha pronunciato al suo arrivo in cava. Blerim, che da anni gestisce un locale, la Taverna greca da Benny’s sulla via Aurelia, accanto al Mac Donald’s, non sa rassegnarsi.

«Io sono come Alessandro Magno, sono vent’anni che combatto, troppo lavoro, troppo tutto - dice Blerim- Mio fratello cominciava adesso a stare bene, aveva tanti sogni. Non è giusto, non così. Non su quel camion che avrebbe dovuto portarlo a una vita più tranquilla». E a Blerim è toccato il compito più difficile: riconoscere il fratello, ancora dentro alla cabina distrutta del camion. E lo ha fatto con grande dignità, chiedendo con cortesia a noi, ai giornalisti, di fare un passo indietro. Scusandosi della sua voglia di stare qualche minuto da solo.Blerim è tornato dal camion con un marsupio in mano. Un marsupio mimetico di tela grigia. Si è seduto su un sasso, sotto al sole, in mezzo alla polvere, e quel marsupio lo ha baciato. Poi se l’è messo a tracolla, sul cuore. E lo ha tenuto così per tutto il tempo. Mentre con gli occhi fissi guardava i pompieri intorno a quel camion che doveva essere la speranza di un futuro migliore. Ma per il fratello più giovane è diventato tomba. Ancora prima che cominciasse la nuova vita.

Alessandra Vivoli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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