Finanza
Immigrati, arrivano ma fuggono poco dopo
Curia, Caritas e Migrantes fanno il punto. Il Vescovo: apriamo le porte a chi scappa da guerra e dolore
MASSA. «I migranti che se ne vanno dall’Italia, e quindi anche da questo territorio, sono molti di più di quelli che arrivano. E questa è una sconfitta, non una vittoria, perché viene a mancare manodopera per i campi».
A parlare è monsignor Giancarlo Perego, direttore nazionale dell’Associazione Migrantes, in provincia in questi giorni per Con-vivere, il festival sull’interculturalità che quest’anno è dedicato proprio all’Africa, la terra da dove arriva la maggior parte dei migranti sbarcati a Lampedusa, da marzo a oggi, e ospitati adesso in alcune strutture di accoglienza della provincia. Vengono da: Sudan, Eritrea, Etiopia, Nigeria, Niger, Ghana,Guinea, Costa d’Avorio, Senegal, Gambia, Mali, Sierra Leone. Altri non sono del continente nero e arrivano da: Palestina, Siria e Pakistan. Nazioni e continenti diversi con una caratteristica comune: quella di essere terre devastate da conflitti e da miseria. Ed è proprio da questo aspetto che Diocesi di Massa-Carrara e associazione Migrantes partono per fare un punto di quanto realizzato in questi sei mesi di accoglienza: «Sarebbe molto meglio che le persone rimanessero nel proprio Paese, dove sono nati e dove hanno la famiglia. Ma sarebbe meglio, se possibile», ha commentato il vescovo, monsignor Giovanni Santucci, durante la conferenza stampa di ieri mattina presso la curia a cui hanno partecipato anche Almo Puntoni, direttore della Caritas diocesana (che si è occupata dell’accoglienza), Yousef Sbai, vicepresidente nazionale dell’Ucoii (Unione delle comunità Islamiche d'Italia), monsignor Giancarlo Perego e altri responsabili dell’associazione Migrantes. Una conferenza indetta per fare il punto di quanto fatto, ma anche per parlare alla cittadinanza, attraverso i media, e puntare dritto ai loro cuori e allo coscienze.
«Se non possono stare nelle loro terre - continua il vescovo - non possiamo dir loro “muori in pace”, perché sarebbe un’ipocrisia. È chiaro che per noi accogliere significa dover far posto, ma proviamoci. Ricordiamo che queste persone scappano da guerre che noi non provochiamo, ma alimentiamo».
Sono 150 i profughi arrivati nel territorio apuano in questi mesi, la metà dei quali si sono allontanati (come succede nella maggior parte dei centri di accoglienza d’Italia) per, forse, andare all’estero, ricongiungersi con amici o parenti o magari trovare un’accoglienza migliore. Diciotto sono attualmente ospitati a Casa Faci, in attesa di completare il primo iter burocratico (screening sanitario, identificazione, domanda di rifugio politico, acquisizione del permesso provvisorio di soggiorno che dura circa un mese). Altri 33 sono ospitati tra una struttura a Bonascola e due campeggi a Marina di Massa, mentre 27 sono stati indirizzati presso appartamenti dello Sprar (Sistema di protezione rifugiati e richiedenti asilo). Presso il Seminario Vescovile di Pontremoli sono ospitati infine 9 migranti.
«Cerchiamo di creare momenti di socializzazione anche attraverso alcuni mediatori culturali e con l’ insegnamento della lingua italiana - spiega Puntoni - Quello che manca è un vero piano nazionale che vada oltre l’emergenza».
Oltre i dati, alcuni chiarimenti (o smentite). «I migranti non prendono 30 euro al mese come invece si legge sulla stampa - chiarisce Puntoni – quella è la cifra che paga il Governo per vitto, alloggio e un piccolo pocket money di poco più di 2 euro al giorno. E inoltre nessuno tra i 150 migranti ha presentato malattie infettive, solo uno è stato ricoverato perché era debilitato dal viaggio». Alla conferenza, dicevamo, ha partecipato anche il vicepresidente dell’Ucoii: un segno della cooperazione alla pace fra le varie religioni. «Avevamo già pubblicato il 12 agosto -ha detto l’imam - un comunicato con il quale si condannavano fermamente i comportamenti criminali del gruppo Isis e si esprimeva solidarietà con la minoranza cristiana in Iraq in particolare, e con tutte le minoranze sofferenti nel mondo. Invitavamo anche tutti i musulmani e le musulmane a testimoniare un forte impegno di pace e fratellanza con tutti i credenti perseguitati, con iniziative pubbliche e solidali».
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