Lutto
E all’improvviso la carica dei 168 si è fatta avanti
Dopo “Studi aperti” la comunità artistica ha fatto “la conta”. Ecco le idee e i fermenti
È un parigino che ha scelto di vivere a Carrara Zoran Grinberg. È capitato all'ombra delle Apuane alla fine degli anni Novanta: qui ha trovato una culla per la sua arte, ma ha incontrato anche sua moglie Laura. Mente lucida, che non si incaglia in digressioni polemiche, Zoran: ha più chiaro lui che cosa Carrara è stata e potrebbe essere di molti carrarini. Ci accoglie nel suo laboratorio in vicolo Castelfidardo, tra polvere bianca, bozzetti in gesso e opere.
Qual è stata la prima percezione che ti ha dato la città?
«Il fatto che Carrara sia una città operaia, non sofisticata, genuina, lo vedo come un fatto positivo. Non sono tra quelli che sostengono che dovrebbe essere trasformata, con il rischio di una speculazione che snatura i luoghi. Il che non significa che vada tutto bene..».
Che cosa non va? Te lo chiedo da cittadino..
«La città vive di rendita su di un patrimonio che non è più attuale. Ad esempio, continuare a chiamarla Capitale mondiale del marmo è ridicolo. Io credo che il punto di vista di uno scultore su Carrara possa essere molto rappresentativo di cosa Carrara è e di cosa invece potrebbe essere. Se pensiamo alla città com'era agli inizi del Novecento – vuoi per il numero dei laboratori, vuoi per il livello dell'artigianato artistico – e facciamo un confronto con la situazione attuale, il risultato è doloroso: è un'immagine di decadenza».
Le cause sono tante, proviamo a individuarne alcune..
«I motivi posso intuirli. C'è stato un periodo, di 20-30 anni, caratterizzato da una tendenza alla scultura commerciale, sicuramente per necessità economiche, ma che ne ha abbassato il livello; la sensazione è che la qualità sia stata sacrificata per la quantità. La qualità media dell'artigianato artistico del Primo Novecento era superiore al meglio che si può fare oggi. Basta guardare due opere. A Palazzo Binelli c'è un ritratto di donna con collana che è una goduria per l'occhio di uno scultore: non è un capolavoro, è solo grazioso, ma la norma in quel periodo era saper fare qualcosa del genere. Altro esempio: piazza Duomo, la Fontana del Gigante del Cinquecento; guardandola trapela una maestria dell'esecuzione, una franchezza.. che oggi non vedi neppure nei laboratori locali più rinomati. Parlo di tecnica, ovviamente. Carrara non deve formare necessariamente grandi artisti, ma dovrebbe formare i migliori artigiani del marmo. A Carrara c'è un patrimonio che è stato sacrificato e in pochissimi ne hanno consapevolezza: almeno, mi pare».
Vedi una soluzione?
«Io sono arrivato qui tramite una borsa di studio alla scuola del marmo; per uno straniero che vuole imparare le tecniche è un sogno: spazi grandi, strumentazione, una straordinaria raccolta di gessi; potrebbe davvero essere una scuola d'elite. Se c'è un punto che caratterizza Carrara e dal quale la città dovrebbe ripartire, quel punto è la scultura. La lavorazione artistica del marmo. Da qui si dovrebbe ripartire, anche se coinvolge un numero limitato di persone, anche se è un'attività residuale, di nicchia, perché rappresenta il patrimonio della cit. tà. E come si tramanda un patrimonio? Mediante la scuola. La scuola del marmo non è un povero istituto abbandonato, è il simbolo di una città in declino».
E il problema del rilancio è culturale, è politico?
«A questo punto è politico. I politici dovrebbero svincolarla dagli altri istituti tecnici a cui è assimilata (ciò che la caratterizza, le ore dedicate ai laboratori, è marginale rispetto a tutto il resto, ed è assurdo). Dovrebbero farla diventare una scuola ad alta specializzazione, come è successo per l'opificio della pietre dure di Firenze. C'è un'intera generazione (di competenze, ndr) sacrificata, che si rischia di non recuperare più. Finché si tratta di 20-30 anni persi, hai ancora la fortuna di vedere qualche anziano che lavora, ma se passa ancora del tempo, diventa archeologia!».
Secondo te qualcosa di positivo si sta muovendo o no?
«Sì, ci sono delle dinamiche autogestite che stanno prendendo piede. Ad esempio, Tabula Rasa (il negozio che ha aperto in via S. Maria, ndr). È una piccola iniziativa, commerciale, legata alla scultura – cuore pulsante della città, almeno simbolicamente e culturalmente – che riesce a contaminare altre realtà, come quella degli scultori del Ponte di Ferro; o degli artisti del Borgo; è forse una logica da mercatino spartano, ma dimostra che la gente ha voglia di fare, anche con mezzi limitati. Tabula Rasa, il Ponte di Ferro, gli artisti del Borgo, finanche l'idea di “Studi aperti” (il 31 maggio e il 1° giugno, ndr) sono iniziative che spingono dal basso, nel senso positivo, e che hanno delle conseguenze».
Dinamiche spontanee, dunque, ma c'è un po' di merito anche da parte di chi amministra? Tu cosa ne pensi?
«Io non sono tra quelli subito pronti a criticare appena un assessore organizza un evento. Se l'Amministrazione promuove (e non solo economicamente) questo fermento, dimostra di essere consapevole di cosa c'è sul territorio. E apre le menti .. Con Studi Aperti abbiamo coinvolto 168 artisti! I Simposi e le Biennali quanti artisti per volta sono riusciti a promuovere?».
Tu, Zoran, sei stato tra i promotori di Studi aperti …
«Sì, ma la cosa è nata spontaneamente.. da una chiacchierata tra amici.. e alla fine sono saltati fuori 168 artisti. Tutta questa gente si è messa in moto con immediatezza.. forse anche perché questi artisti in tutti questi anni non sono mai stati considerati.. ma questo lo dico senza polemica, tant'è che penso che un evento del genere non poteva che essere organizzato in quella maniera (senza supporto dall'Amministrazione intende, ndr)».
Insomma, secondo te c'è fuoco sotto la cenere..
«Sì, ma a volte hai difficoltà anche solo a immaginare che cosa Carrara sia stata. La Carrara dei Teatri, dove si facevano le Prime perché il pubblico era così esigente che se si superava la prova qui, lo spettacolo non poteva che avere successo; della Rivolta dei Gatti (gatti lanciati nelle carrozze della borghesia cittadina che andava a teatro, ndr) per avere posti nel loggione a prezzi popolari.. Poi vedi la fine del Politeama e ti accorgi di quanto la decadenza culturale vada di pari passo con la speculazione, in questo caso immobiliare».
Prima dicevi di una certa genuinità locale …
«Mi viene in mente quando anni fa andavo all'Interclub in piazza Alberica. Un giorno mi accorsi che i fili elettrici, tutti scoperti, erano fissati agli stucchi del '700! Oh quel luogo aveva un certo fascino nel suo squallore.. ma.. insomma, Carrara è sempre stata così: non sofisticata, non snaturata dal turismo, ma in tutto questo c'è sempre stato anche il "doppio taglio" della trascuratezza».
Tra 20 anni dove ti vedi e come vedi Carrara?
«Almeno un piede credo l'avrò a Carrara. E per la città .. che debba ripartire dal suo patrimonio "personale", la lavorazione artistica, mi sembra una logica schematica, ovvia. Spero venga rivalutata in modo ragionevole, senza che venga snaturata, cosa che è accaduta a Sarzana e a Pietrasanta, dove ci sono artisti che non possono più permettersi di vivere lì, e dove la gente d'estate si trasferisce a vivere dentro la serra dell'orto o nel pollaio pur di affittare e questo non mi sembra un fenomeno sano!».
Da Parigi a Carrara … è incredibile. Hai rimpianti?
«Assolutamente no: anche per i miei figli».
16 - CONTINUA .. -
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